II-II, q. 10 a. 7
Se si debba disputare pubblicamente con gli infedeli
Quaestio 10 · Dell'infedeltà in generale
Obiezione 1: Sembra che non si debba disputare pubblicamente con gli infedeli. Infatti l'Apostolo dice (2 Tm 2,14): "Non fare contese di parole, perché non servono a nulla, se non alla rovina di chi ascolta". Ma è impossibile disputare pubblicamente con gli infedeli senza fare contese di parole. Dunque non si deve disputare pubblicamente con gli infedeli.
Obiezione 2: Inoltre, la legge di Marciano Augusto confermata dai canoni [*De Sum. Trin. Cod. lib. i, leg. Nemo] si esprime così: "È un insulto al giudizio del religiosissimo sinodo, se qualcuno osa dibattere o disputare in pubblico su questioni che sono state una volta giudicate e disposte". Ora tutte le materie di fede sono state decise dai santi concili. Dunque è un insulto ai concili, e di conseguenza un grave peccato, presumere di disputare in pubblico su materie di fede.
Obiezione 3: Inoltre, le dispute sono condotte per mezzo di argomenti. Ma un argomento è una ragione per risolvere una questione dubbia: mentre le cose che sono di fede, essendo certissime, non dovrebbero essere materia di dubbio. Dunque non si deve disputare in pubblico su materie di fede.
In contrario, Sta scritto (At 9,22.29) che "Saulo si fortificava sempre di più e confondeva i Giudei", e che "parlava... ai gentili e disputava con i Greci".
Rispondo che, Nel disputare sulla fede, si devono osservare due cose: una da parte del disputante; l'altra da parte dei suoi ascoltatori. Da parte del disputante, dobbiamo considerare la sua intenzione. Infatti, se disputasse come se avesse dubbi sulla fede, e non ritenesse la verità della fede per certa, e come se intendesse sondarla con argomenti, senza dubbio peccherebbe, essendo dubbioso della fede e infedele. D'altra parte, è lodevole disputare sulla fede per confutare gli errori, o per esercizio.
Da parte degli ascoltatori dobbiamo considerare se coloro che ascoltano la disputa sono istruiti e saldi nella fede, o semplici e vacillanti. Quanto a coloro che sono ben istruiti e saldi nella fede, non ci può essere pericolo nel disputare sulla fede in loro presenza. Ma quanto alle persone semplici, dobbiamo fare una distinzione; perché o sono provocate e molestate dagli infedeli, per esempio Giudei o eretici, o pagani che si sforzano di corrompere la fede in loro, oppure non sono soggette a provocazione in questa materia, come in quei paesi dove non ci sono infedeli. Nel primo caso è necessario disputare in pubblico sulla fede, purché vi siano coloro che sono all'altezza e adatti al compito di confutare gli errori; poiché in questo modo le persone semplici sono rafforzate nella fede, e agli infedeli viene tolta l'opportunità di ingannare, mentre se coloro che dovrebbero opporsi ai pervertitori della verità della fede tacessero, ciò tenderebbe a rafforzare l'errore. Perciò Gregorio dice (Pastor. ii, 4): "Come un discorso sconsiderato dà origine all'errore, così un silenzio indiscreto lascia nell'errore coloro che avrebbero potuto essere istruiti". D'altra parte, nel secondo caso è pericoloso disputare in pubblico sulla fede, in presenza di persone semplici, la cui fede per questa stessa ragione è più ferma, in quanto non hanno mai sentito nulla di diverso da ciò che credono. Quindi non è opportuno per loro ascoltare ciò che gli infedeli hanno da dire contro la fede.
Risposta all'obiezione 1: L'Apostolo non proibisce interamente le dispute, ma quelle che sono disordinate e consistono in parole contenziose piuttosto che in discorsi sani.
Risposta all'obiezione 2: Quella legge proibiva quelle pubbliche dispute sulla fede che nascono dal dubitare della fede, ma non quelle che sono per la sua salvaguardia.
Risposta all'obiezione 3: Si deve disputare su materie di fede, non come se si dubitasse di esse, ma per far conoscere la verità e per confutare gli errori. Infatti, per confermare la fede, è necessario a volte disputare con gli infedeli, a volte difendendo la fede, secondo 1 Pt 3,15: "Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione di quella speranza e fede che è in voi [*Vulg.: 'Di quella speranza che è in voi'. La lettura di San Tommaso è apparentemente presa da Beda]". A volte ancora, è necessario, per convincere coloro che sono nell'errore, secondo Tito 1,9: "Perché sia in grado di esortare con la sana dottrina e di convincere quelli che contraddicono".