II-II, q. 189 a. 9
Se si debbano indurre altri a entrare in religione
Quaestio 189 · Dell'ingresso nella vita religiosa
Obiezione 1: Sembra che nessuno debba indurre altri a entrare in religione. Infatti il beato Benedetto prescrive nella sua Regola (lviii) che "coloro che cercano di entrare in religione non devono essere facilmente ammessi, ma gli spiriti devono essere provati se sono da Dio"; e Cassiano ha la stessa istruzione (De Inst. Caenob. iv, 3). Molto meno dunque è lecito indurre qualcuno a entrare in religione.
Obiezione 2: Inoltre, il Signore ha detto (Mt 23, 15): "Guai a voi... perché percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito, e quando lo è diventato lo rendete figlio della Geenna due volte più di voi". Ora così sembrerebbero fare coloro che inducono persone a entrare in religione. Dunque questo sembrerebbe biasimevole.
Obiezione 3: Inoltre, nessuno dovrebbe indurre un altro a fare ciò che è a suo pregiudizio. Ma coloro che sono indotti a entrare in religione, talvolta ne traggono danno, perché talvolta sono sotto obbligo di entrare in una religione più stretta. Dunque non sembrerebbe lodevole indurre altri a entrare in religione.
In contrario, È scritto (Es 26, 3, segg. [*San Tommaso cita il senso, non le parole]): "Una cortina tiri l'altra". Dunque un uomo dovrebbe tirare un altro al servizio di Dio.
Rispondo che, Coloro che inducono altri a entrare in religione non solo non peccano, ma meritano una grande ricompensa. Infatti è scritto (Giac 5, 20): "Colui che fa convertire un peccatore dall'errore della sua via, salverà la sua anima dalla morte, e coprirà una moltitudine di peccati"; e (Dan 12, 3): "Coloro che istruiscono molti alla giustizia saranno come stelle per tutta l'eternità".
Nondimeno tale induzione può essere affetta da una triplice disordinazione. Primo, se una persona forza un'altra con la violenza a entrare in religione: e questo è proibito nelle Decretali (XX, qu. iii, cap. Praesens). Secondo, se una persona persuade un'altra simoniacamente a entrare in religione, dandole regali: e questo è proibito nella Decretale (I, qu. ii, cap. Quam pio). Ma questo non si applica al caso in cui uno provvede a una persona povera il necessario educandola nel mondo per la vita religiosa; o quando senza alcun patto si danno a una persona piccoli regali per amore di buona compagnia. Terzo, se una persona ne adesca un'altra con menzogne: poiché è da temere che la persona così adescata possa tornare indietro scoprendosi ingannata, e così "l'ultimo stato di quell'uomo" possa diventare "peggiore del primo" (Lc 11, 26).
Risposta all'obiezione 1: Coloro che sono indotti a entrare in religione hanno ancora un tempo di prova in cui fanno una prova delle durezze della religione, cosicché non sono facilmente ammessi alla vita religiosa.
Risposta all'obiezione 2: Secondo Ilario (Can. xxiv in Matth.) questo detto del Signore era una previsione dei malvagi tentativi degli Ebrei, dopo la predicazione di Cristo, di attirare Gentili o anche Cristiani a osservare il rituale ebraico, rendendoli con ciò doppiamente figli della Geenna, perché, cioè, non erano perdonati dei peccati precedenti che avevano commesso mentre aderivano al Giudaismo, e inoltre incorrevano nella colpa della perfidia giudaica; e così interpretate queste parole non hanno nulla a che fare con il caso in questione.
Secondo Girolamo, tuttavia, nel suo commentario su questo passo di Matteo, il riferimento è agli Ebrei anche al tempo in cui era ancora lecito osservare le osservanze legali, in quanto colui che convertivano al Giudaismo "dal paganesimo, era meramente fuorviato; ma quando vedeva la malvagità dei suoi maestri, ritornava al suo vomito, e diventando pagano meritava una punizione maggiore per il suo tradimento". Quindi è manifesto che non è biasimevole attirare altri al servizio di Dio o alla vita religiosa, ma solo quando si dà un cattivo esempio alla persona convertita, onde essa diventa peggiore.
Risposta all'obiezione 3: Il meno è incluso nel più. Perciò una persona che è vincolata da voto o giuramento a entrare in un ordine minore, può essere lecitamente indotta a entrare in uno maggiore, a meno che non ci sia qualche ostacolo speciale, come cattiva salute, o la speranza di fare maggiori progressi nell'ordine minore. D'altra parte, chi è vincolato da voto o giuramento a entrare in un ordine maggiore, non può essere lecitamente indotto a entrare in un ordine minore, eccetto per qualche motivo speciale ed evidente, e allora con la dispensa del superiore.