II-II, q. 189 a. 2
Se ci si debba obbligare con voto a entrare in religione
Quaestio 189 · Dell'ingresso nella vita religiosa
Obiezione 1: Sembra che non ci si debba obbligare con voto a entrare in religione. Infatti nel fare la sua professione un uomo è vincolato dal voto religioso. Ora prima della professione è concesso un anno di prova, secondo la regola del Beato Benedetto (lviii) e secondo il decreto di Innocenzo IV [*Sext. Decret., cap. Non solum., de Regular. et Transeunt, ad Relig.] che inoltre proibì a chiunque di essere vincolato alla vita religiosa dalla professione prima di completare l'anno di prova. Dunque sembra che molto meno qualcuno debba essere vincolato con voto a entrare in religione mentre è ancora nel mondo.
Obiezione 2: Inoltre, Gregorio dice (Regist. xi, Ep. 15): Gli Ebrei "devono essere persuasi a convertirsi, non con la costrizione ma di loro spontanea volontà" (Dist. xlv, can. De Judaeis). Ora uno è costretto ad adempiere ciò che ha votato. Dunque nessuno dovrebbe essere vincolato con voto a entrare in religione.
Obiezione 3: Inoltre, nessuno dovrebbe dare a un altro un'occasione di caduta; perciò è scritto (Es 21, 33.34): "Se un uomo apre una cisterna... e vi cade un bue o un asino, il proprietario della cisterna pagherà il prezzo delle bestie". Ora, a causa dell'essere vincolati con voto a entrare in religione accade spesso che le persone cadano nella disperazione e in vari peccati. Dunque sembra che non ci si debba obbligare con voto a entrare in religione.
In contrario, È scritto (Sal 75, 12): "Fate voti e adempiteli al Signore vostro Dio"; e una glossa di Agostino dice che "alcuni voti riguardano l'individuo, come i voti di castità, verginità e simili". Di conseguenza la Sacra Scrittura ci invita a votare queste cose. Ma la Sacra Scrittura ci invita solo a ciò che è meglio. Dunque è meglio obbligarsi con voto a entrare in religione.
Rispondo che, Come detto sopra (Questione [88], Articolo [6]), quando trattavamo dei voti, una stessa opera fatta in adempimento di un voto è più lodevole che se fosse fatta senza voto, sia perché fare voto è un atto di religione, che ha una certa preminenza tra le virtù, sia perché un voto rafforza la volontà dell'uomo a fare il bene; e proprio come un peccato è più grave se procede da una volontà ostinata nel male, così un'opera buona è tanto più lodevole se procede da una volontà confermata nel bene per mezzo di un voto. Pertanto è in sé lodevole obbligarsi con voto a entrare in religione.
Risposta all'obiezione 1: Il voto religioso è duplice. Uno è il voto solenne che rende un uomo monaco o frate in qualche altro ordine religioso. Questo è chiamato professione, e tale voto deve essere preceduto da un anno di prova, come prova l'obiezione. L'altro è il voto semplice che non rende un uomo monaco o religioso, ma lo vincola solo a entrare in religione, e tale voto non ha bisogno di essere preceduto da un anno di prova.
Risposta all'obiezione 2: Le parole citate da Gregorio devono essere intese come riferite alla violenza assoluta. Ma la costrizione derivante dall'obbligo di un voto non è necessità assoluta, ma una necessità di fine, perché dopo tale voto non si può raggiungere il fine della salvezza a meno che non si adempia quel voto. Tale necessità non è da evitare; anzi, come dice Agostino (Ep. cxxvii ad Armentar. et Paulin.), "felice è la necessità che ci costringe a cose migliori".
Risposta all'obiezione 3: Il voto di entrare in religione è un rafforzamento della volontà per cose migliori, e di conseguenza, considerato in se stesso, invece di dare a un uomo un'occasione di caduta, lo sottrae ad essa. Ma se colui che rompe un voto cade più gravemente, questo non deroga alla bontà del voto, come neppure deroga alla bontà del Battesimo il fatto che alcuni pecchino più gravemente dopo essere stati battezzati.