II-II, q. 123 a. 10
Se il forte si serva dell'ira nel suo atto
Quaestio 123 · Della fortezza
Obiezione 1: Sembra che il forte non usi l'ira nel suo atto. Infatti nessuno dovrebbe impiegare come strumento della sua azione ciò che non può usare a volontà. Ora l'uomo non può usare l'ira a volontà, in modo da prenderla e deporla quando vuole. Infatti, come dice il Filosofo (De Memoria ii), quando una passione corporea è in movimento, non si ferma subito appena uno vuole. Dunque un uomo forte non dovrebbe impiegare l'ira per la sua azione.
Obiezione 2: Inoltre, se un uomo è competente a fare una cosa da solo, non dovrebbe cercare l'assistenza di qualcosa di più debole e imperfetto. Ora la ragione è competente a compiere da sola opere di fortezza, in cui l'ira è impotente: perciò Seneca dice (De Ira i): "La ragione da sola non basta forse non solo a renderci pronti all'azione ma anche a compierla? Infatti c'è follia più grande che per la ragione cercare aiuto dall'ira? il saldo dall'instabile, il fidato dall'inaffidabile, il sano dal malato?" Dunque un uomo forte non dovrebbe fare uso dell'ira.
Obiezione 3: Inoltre, proprio come le persone sono più zelanti nel compiere opere di fortezza a causa dell'ira, così lo sono a causa della tristezza o del desiderio; perciò il Filosofo dice (Ethic. iii, 8) che le bestie selvagge sono incitate ad affrontare il pericolo per tristezza o dolore, e le persone adultere osano molte cose per amore del desiderio. Ora la fortezza non impiega né la tristezza né il desiderio per la sua azione. Dunque allo stesso modo non dovrebbe impiegare l'ira.
In contrario, Il Filosofo dice (Ethic. iii, 8) che "l'ira aiuta i forti".
Rispondo che, Come detto sopra (I-II, q. 24, a. 2), riguardo all'ira e alle altre passioni c'era una differenza di opinione tra i Peripatetici e gli Stoici. Infatti gli Stoici escludevano l'ira e tutte le altre passioni dell'anima dalla mente di un uomo saggio o buono: mentre i Peripatetici, di cui Aristotele era il capo, ascrivevano agli uomini virtuosi sia l'ira che le altre passioni dell'anima sebbene modificate dalla ragione. E forse differivano non nella realtà ma nel loro modo di parlare. Infatti i Peripatetici, come detto sopra (I-II, q. 24, a. 2), davano il nome di passioni a tutti i movimenti dell'appetito sensitivo, comunque si comportino. E poiché l'appetito sensitivo è mosso dal comando della ragione, affinché possa cooperare rendendo l'azione più pronta, essi sostenevano che le persone virtuose dovessero impiegare sia l'ira che le altre passioni dell'anima, modificate secondo il dettame della ragione. D'altra parte, gli Stoici davano il nome di passioni a certe emozioni immoderate dell'appetito sensitivo, per cui le chiamavano malattie o morbi, e per questa ragione le separavano del tutto dalla virtù.
Di conseguenza l'uomo forte impiega l'ira moderata per la sua azione, ma non l'ira immoderata.
Risposta all'obiezione 1: L'ira che è moderata secondo ragione è soggetta al comando della ragione: così che l'uomo la usa a sua volontà, il che non sarebbe il caso se fosse immoderata.
Risposta all'obiezione 2: La ragione impiega l'ira per la sua azione, non come cercando la sua assistenza, ma perché usa l'appetito sensitivo come strumento, proprio come usa le membra del corpo. Né è disdicevole per lo strumento essere più imperfetto dell'agente principale, proprio come il martello è più imperfetto del fabbro. Inoltre, Seneca era un seguace degli Stoici, e le parole sopra citate erano mirate da lui direttamente contro Aristotele.
Risposta all'obiezione 3: Mentre la fortezza, come detto sopra (Articolo 6), ha due atti, vale a dire sostenere e aggredire, essa impiega l'ira, non per l'atto di sostenere, perché la ragione da sola compie questo atto, ma per l'atto di aggressione, per il quale impiega l'ira piuttosto che le altre passioni, poiché appartiene all'ira colpire la causa della tristezza, così che coopera direttamente con la fortezza nell'attaccare. D'altra parte, la tristezza per sua stessa natura cede alla cosa che ferisce; sebbene accidentalmente aiuti nell'aggressione, o come causa dell'ira, come detto sopra (I-II, q. 47, a. 3), o facendo sì che una persona si esponga al pericolo per sfuggire alla tristezza. Allo stesso modo il desiderio, per sua stessa natura, tende a un bene piacevole, al quale è direttamente contrario resistere al pericolo: eppure accidentalmente a volte aiuta ad attaccare, in quanto uno preferisce rischiare pericoli piuttosto che mancare di piacere. Quindi il Filosofo dice (Ethic. iii, 5): "Di tutti i casi in cui la fortezza nasce da una passione, il più naturale è quando un uomo è forte per ira, facendo la sua scelta e agendo per uno scopo", cioè per un fine dovuto; "questa è vera fortezza".