I-II, q. 17 a. 1
Se il comandare sia un atto della ragione o della volontà
Quaestio 17 · Degli atti comandati dalla volontà
Obiezione 1: Sembra che il comandare non sia un atto della ragione, ma della volontà. Infatti il comandare è una specie di moto; poiché Avicenna dice che ci sono quattro modi di muovere: "perfezionando, disponendo, comandando e consigliando". Ma spetta alla volontà muovere tutte le altre potenze dell'anima, come detto sopra (Questione [9], Articolo [1]). Dunque il comandare è un atto della volontà.
Obiezione 2: Inoltre, come l'essere comandato appartiene a ciò che è soggetto, così, a quanto pare, il comandare appartiene a ciò che è massimamente libero. Ma la radice della libertà è specialmente nella volontà. Dunque il comandare appartiene alla volontà.
Obiezione 3: Inoltre, al comando segue immediatamente l'atto. Ma all'atto della ragione non segue immediatamente l'atto: infatti chi giudica che una cosa si debba fare, non la fa immediatamente. Dunque il comandare non è un atto della ragione, ma della volontà.
In contrario, Gregorio di Nissa [*Nemesio, De Nat. Hom. xvi.] e il Filosofo (Ethic. i, 13) dicono che "l'appetito obbedisce alla ragione". Dunque il comandare è un atto della ragione.
Rispondo che, Il comandare è un atto della ragione, che presuppone tuttavia un atto della volontà. A dimostrazione di ciò, bisogna notare che, poiché gli atti della ragione e della volontà possono riflettersi l'uno sull'altro, in quanto la ragione ragiona sul volere e la volontà vuole ragionare, ne consegue che l'atto della ragione precede l'atto della volontà, e viceversa. E poiché la virtù dell'atto precedente permane nell'atto che segue, accade talvolta che vi sia un atto della volontà in quanto ritiene in sé qualcosa dell'atto della ragione, come abbiamo detto a proposito dell'uso e della scelta; e viceversa, che vi sia un atto della ragione in quanto ritiene in sé qualcosa dell'atto della volontà.
Ora, il comandare è essenzialmente un atto della ragione: infatti chi comanda ordina a colui che è comandato di fare qualcosa, per via di intimazione o dichiarazione; e ordinare così intimando o dichiarando è un atto della ragione. Ora la ragione può intimare o dichiarare qualcosa in due modi. Primo, in modo assoluto: e questa intimazione è espressa da un verbo al modo indicativo, come quando uno dice a un altro: "Questo è ciò che devi fare". Talvolta, invece, la ragione intima qualcosa a un uomo muovendolo a ciò; e questa intimazione è espressa da un verbo al modo imperativo; come quando si dice a qualcuno: "Fa' questo". Ora il primo motore, tra le potenze dell'anima, verso l'esecuzione di un atto è la volontà, come detto sopra (Questione [9], Articolo [1]). Poiché dunque il secondo motore non muove se non in virtù del primo motore, ne consegue che il fatto stesso che la ragione muova comandando, è dovuto alla potenza della volontà. Di conseguenza ne deriva che il comandare è un atto della ragione, presupponendo un atto della volontà, in virtù del quale la ragione, con il suo comando, muove (la potenza) all'esecuzione dell'atto.
Risposta all'obiezione 1: Comandare è muovere, non in un modo qualsiasi, ma intimando e dichiarando ad altri; e questo è un atto della ragione.
Risposta all'obiezione 2: La radice della libertà è la volontà come soggetto della stessa; ma è la ragione come sua causa. Infatti la volontà può tendere liberamente verso vari oggetti, proprio perché la ragione può avere varie percezioni del bene. Perciò i filosofi definiscono il libero arbitrio come "un libero giudizio derivante dalla ragione", implicando che la ragione è la radice della libertà.
Risposta all'obiezione 3: Questo argomento prova che il comandare è un atto della ragione non in modo assoluto, ma con una sorta di moto, come detto sopra.