II-II, q. 33 a. 5
Se un peccatore debba correggere chi sbaglia
Quaestio 33 · Della correzione fraterna
Obiezione 1: Sembra che un peccatore debba correggere chi sbaglia. Infatti nessun uomo è scusato dall'obbedire a un precetto per aver commesso un peccato. Ma la correzione fraterna cade sotto precetto, come detto sopra (Articolo [2]). Dunque sembra che un uomo non debba astenersi da tale correzione per il motivo che ha commesso un peccato.
Obiezione 2: Inoltre, le elemosine spirituali sono di maggior conto delle elemosine corporali. Ora colui che è in peccato non deve astenersi dall'amministrare elemosine corporali. Molto meno dunque deve, a causa di un peccato precedente, astenersi dal correggere chi sbaglia.
Obiezione 3: Inoltre, sta scritto (1 Gv 1,8): "Se diciamo di non avere peccato, inganniamo noi stessi". Dunque se, a causa di un peccato, un uomo è impedito dal riprendere il fratello, non ci sarà nessuno a riprendere chi sbaglia. Ma quest'ultima proposizione è irragionevole: dunque lo è anche la prima.
In contrario, Isidoro dice (De Summo Bono iii, 32): "Colui che è soggetto al vizio non deve correggere i vizi degli altri". Di nuovo sta scritto (Rm 2,1): "In ciò in cui giudichi un altro, condanni te stesso. Infatti tu fai le stesse cose che giudichi".
Rispondo che, Come detto sopra (Articolo [3], ad 2), correggere chi sbaglia spetta a un uomo in quanto la sua ragione è dotata di retto giudizio. Ora il peccato, come detto sopra (FS, Questione [85], Articoli [1],2), non distrugge il bene della natura così da privare la ragione del peccatore di ogni retto giudizio, e sotto questo aspetto egli può essere competente a trovare difetti negli altri per aver commesso peccato. Tuttavia un peccato precedente si dimostra in qualche modo un ostacolo a questa correzione, per tre ragioni. Primo, perché questo peccato precedente rende un uomo indegno di riprenderne un altro; e specialmente è indegno di correggere un altro per un peccato minore, se egli stesso ne ha commesso uno maggiore. Quindi Girolamo dice sulle parole, "Perché guardi la pagliuzza?" ecc. (Mt 7,3): "Parla di coloro che, mentre sono essi stessi colpevoli di peccato mortale, non hanno pazienza con i peccati minori dei loro fratelli".
Secondo, tale correzione diventa sconveniente, a causa dello scandalo che ne consegue, se il peccato del correttore è ben noto, perché sembrerebbe che egli corregga non per carità, ma più per ostentazione. Quindi le parole di Mt 7,4, "Come dici a tuo fratello?" ecc. sono esposte da Crisostomo [*Hom. xvii nell'Opus Imperfectum falsamente attribuito a S. Giovanni Crisostomo] così: "Cioè---'Con quale scopo?' Per carità, pensi tu, affinché tu possa salvare il tuo prossimo?" No, "perché guarderesti prima alla tua salvezza. Ciò che vuoi non è salvare gli altri, ma nascondere le tue cattive azioni con un buon insegnamento, e cercare di essere lodato dagli uomini per la tua conoscenza".
Terzo, a causa dell'orgoglio di chi rimprovera; quando, per esempio, un uomo pensa con leggerezza ai propri peccati e, nel suo cuore, si pone al di sopra del prossimo, giudicando i peccati di quest'ultimo con aspra severità, come se egli stesso fosse un uomo giusto. Quindi Agostino dice (De Serm. Dom. in Monte ii, 19): "Riprendere le colpe degli altri è dovere di uomini buoni e benevoli: quando un uomo malvagio rimprovera qualcuno, il suo rimprovero è l'assoluzione di quest'ultimo". E così, come dice Agostino (De Serm. Dom. in Monte ii, 19): "Quando dobbiamo trovare difetti in qualcuno, dovremmo pensare se non siamo mai stati colpevoli del suo peccato; e poi dobbiamo ricordare che siamo uomini, e avremmo potuto esserne colpevoli; o che una volta lo avevamo sulla nostra coscienza, ma non lo abbiamo più: e allora dovremmo riflettere che siamo tutti deboli, affinché il nostro rimprovero possa essere il risultato non dell'odio, ma della pietà. Ma se scopriamo di essere colpevoli dello stesso peccato, non dobbiamo rimproverarlo, ma gemere con lui, e invitarlo a pentirsi con noi". Ne consegue da ciò che, se un peccatore riprende chi sbaglia con umiltà, non pecca, né porta un'ulteriore condanna su se stesso, sebbene con ciò si dimostri meritevole di condanna, sia nella coscienza del fratello che nella propria, a causa del suo peccato precedente.
Quindi le Risposte alle Obiezioni sono chiare.