II-II, q. 162 a. 4
Se le quattro specie di superbia siano assegnate convenientemente da Gregorio
Quaestio 162 · Della superbia
Obiezione 1: Sembra che le quattro specie di superbia siano assegnate in modo non conveniente da Gregorio, che dice (Moral. xxiii, 6): "Ci sono quattro segni con cui ogni tipo di superbia degli arroganti si tradisce; o quando pensano che il loro bene provenga da se stessi, o se credono che provenga dall'alto, tuttavia pensano che sia dovuto ai propri meriti; o quando si vantano di avere ciò che non hanno, o disprezzano gli altri e vogliono apparire i possessori esclusivi di ciò che hanno". Infatti la superbia è un vizio distinto dall'incredulità, proprio come l'umiltà è una virtù distinta dalla fede. Ora appartiene all'incredulità, se un uomo ritiene di non aver ricevuto il suo bene da Dio, o di avere il bene della grazia per i propri meriti. Dunque questo non dovrebbe essere annoverato come una specie di superbia.
Obiezione 2: Inoltre, la stessa cosa non dovrebbe essere annoverata come una specie di generi diversi. Ora il vantarsi è annoverato come una specie di menzogna, come detto sopra (Questione [110], Articolo [2]; Questione [112]). Dunque non dovrebbe essere considerato una specie di superbia.
Obiezione 3: Inoltre, alcune altre cose apparentemente appartengono alla superbia, che non sono menzionate qui. Infatti Girolamo dice che "nulla è così indicativo di superbia come mostrarsi ingrati": e Agostino dice (De Civ. Dei xiv, 14) che "appartiene alla superbia scusarsi di un peccato commesso". Di nuovo, la presunzione con cui uno mira ad avere ciò che è sopra di sé, sembrerebbe avere molto a che fare con la superbia. Dunque la suddetta divisione non rende sufficientemente conto delle diverse specie di superbia.
Obiezione 4: Inoltre, troviamo altre divisioni della superbia. Infatti Anselmo [*Eadmer, De Similit. xxii, seqq.] divide l'innalzamento della superbia, dicendo che c'è "superbia di volontà, superbia di parola e superbia di fatto". Anche Bernardo [*De Grad. Humil. et Superb. x, seqq.] annovera dodici gradi di superbia, cioè "curiosità, leggerezza di mente, allegria insensata, vantarsi, singolarità, arroganza, presunzione, difesa dei propri peccati, confessione ingannevole, ribellione, licenza, abitudine al peccato". Ora questi apparentemente non sono compresi sotto le specie menzionate da Gregorio. Dunque queste ultime sembrerebbero essere assegnate in modo non conveniente.
In contrario, L'autorità di Gregorio è sufficiente.
Rispondo che, Come detto sopra (Articoli [1],2,3), la superbia denota un desiderio immoderato della propria eccellenza, un desiderio, cioè, che non è in accordo con la retta ragione. Ora si deve osservare che ogni eccellenza risulta da un bene posseduto. Tale bene può essere considerato in tre modi. Primo, in se stesso. Infatti è evidente che maggiore è il bene che uno ha, maggiore è l'eccellenza che ne deriva. Quindi quando un uomo ascrive a se stesso un bene maggiore di quello che ha, ne consegue che il suo appetito tende alla propria eccellenza in una misura che eccede la sua competenza: e così abbiamo la terza specie di superbia, cioè "vantarsi di avere ciò che non si ha".
Secondo, può essere considerato riguardo alla sua causa, in quanto avere una cosa da se stessi è più eccellente che averla da un altro. Quindi quando un uomo stima il bene che ha ricevuto da un altro come se lo avesse da se stesso, il risultato è che il suo appetito è portato verso la propria eccellenza immoderatamente. Ora uno è causa del proprio bene in due modi, efficientemente e meritoriamente: e così abbiamo le prime due specie di superbia, cioè "quando un uomo pensa di avere da se stesso ciò che ha da Dio", o "quando crede che ciò che ha ricevuto dall'alto sia dovuto ai propri meriti".
Terzo, può essere considerato riguardo al modo di averlo, in quanto un uomo ottiene maggiore eccellenza possedendo qualche bene in modo più eccellente degli altri uomini; il risultato di nuovo è che il suo appetito è portato disordinatamente verso la propria eccellenza: e così abbiamo la quarta specie di superbia, che è "quando un uomo disprezza gli altri e vuole essere singolarmente cospicuo".
Risposta all'obiezione 1: Un giudizio vero può essere distrutto in due modi. Primo, universalmente: e così in materia di fede, un giudizio vero è distrutto dall'incredulità. Secondo, in qualche materia particolare di scelta, e l'incredulità non fa questo. Così un uomo che commette fornicazione, giudica che per il momento sia bene per lui commettere fornicazione; tuttavia non è un incredulo, come lo sarebbe se dicesse che universalmente la fornicazione è buona. È così nella questione in esame: infatti appartiene all'incredulità asserire universalmente che c'è un bene che non viene da Dio, o che la grazia è data agli uomini per i loro meriti, mentre, propriamente parlando, appartiene alla superbia e non all'incredulità, attraverso il desiderio disordinato della propria eccellenza, vantarsi dei propri beni come se li si avesse da se stessi, o per i propri meriti.
Risposta all'obiezione 2: Il vantarsi è annoverato come una specie di menzogna, per quanto riguarda l'atto esteriore con cui un uomo ascrive falsamente a se stesso ciò che non ha: ma per quanto riguarda l'arroganza interiore del cuore è annoverato da Gregorio come una specie di superbia.
Risposta all'obiezione 3: L'uomo ingrato ascrive a se stesso ciò che ha da un altro: per cui le prime due specie di superbia appartengono all'ingratitudine. Scusarsi di un peccato commesso appartiene alla terza specie, poiché così facendo un uomo ascrive a se stesso il bene dell'innocenza che non ha. Mirare presuntuosamente a ciò che è sopra di sé, sembrerebbe appartenere principalmente alla quarta specie, che consiste nel voler essere preferiti agli altri.
Risposta all'obiezione 4: Le tre menzionate da Anselmo corrispondono al progresso di qualsiasi peccato particolare: infatti inizia con l'essere concepito nel pensiero, poi è pronunciato a parole, e in terzo luogo è compiuto nei fatti.
I dodici gradi menzionati da Bernardo sono calcolati per via di opposizione ai dodici gradi di umiltà, di cui abbiamo parlato sopra (Questione [161], Articolo [6]). Infatti il primo grado di umiltà è "essere umili di cuore, e mostrarlo nella propria persona, con gli occhi fissi a terra": e a questo è opposta la "curiosità", che consiste nel guardarsi intorno in tutte le direzioni curiosamente e disordinatamente. Il secondo grado di umiltà è "dire poche e sensate parole, e non essere rumorosi di voce": a questo è opposta la "leggerezza di mente", per cui un uomo è superbo nel parlare. Il terzo grado di umiltà è "non essere facilmente mossi e disposti al riso", a cui è opposta l'"allegria insensata". Il quarto grado di umiltà è "mantenere il silenzio finché non si è interrogati", a cui è opposto il "vantarsi". Il quinto grado di umiltà è "non fare nulla se non ciò a cui si è esortati dalla regola comune del monastero", a cui è opposta la "singolarità", per cui un uomo vuole sembrare più santo degli altri. Il sesto grado di umiltà è "credere e riconoscere se stessi più vili di tutti", a cui è opposta l'"arroganza", per cui un uomo si pone al di sopra degli altri. Il settimo grado di umiltà è "ritenersi senza valore e inutili per tutti gli scopi", a cui è opposta la "presunzione", per cui un uomo si ritiene capace di cose che sono sopra di lui. L'ottavo grado di umiltà è "confessare i propri peccati", a cui è opposta la "difesa dei propri peccati". Il nono grado è "abbracciare la pazienza obbedendo in circostanze difficili e contrarie", a cui è opposta la "confessione ingannevole", per cui un uomo non volendo essere punito per i suoi peccati li confessa ingannevolmente. Il decimo grado di umiltà è l'"obbedienza", a cui è opposta la "ribellione". L'undicesimo grado di umiltà è "non dilettarsi nel soddisfare i propri desideri"; a questo è opposta la "licenza", per cui un uomo si diletta nel fare liberamente qualunque cosa voglia. L'ultimo grado di umiltà è il "timore di Dio": a questo è opposta l'"abitudine al peccato", che implica il disprezzo di Dio.
In questi dodici gradi non solo sono indicate le specie di superbia, ma anche certe cose che le precedono e le seguono, come abbiamo detto sopra riguardo all'umiltà (Questione [161], Articolo [6]).