I-II, q. 1 a. 2
Se sia proprio della natura razionale agire per un fine
Quaestio 1 · Dell'ultimo fine dell'uomo
Obiezione 1: Sembra che sia proprio della natura razionale agire per un fine. Infatti l'uomo, al quale appartiene agire per un fine, non agisce mai per un fine sconosciuto. D'altra parte, ci sono molte cose che non hanno conoscenza di un fine; o perché sono del tutto prive di conoscenza, come le creature insensibili: o perché non apprendono l'idea di fine in quanto tale, come gli animali irrazionali. Dunque sembra proprio della natura razionale agire per un fine.
Obiezione 2: Inoltre, agire per un fine è ordinare la propria azione a un fine. Ma questo è opera della ragione. Dunque non appartiene alle cose che mancano di ragione.
Obiezione 3: Inoltre, il bene e il fine sono l'oggetto della volontà. Ma "la volontà è nella ragione" (De Anima iii, 9). Dunque agire per un fine non appartiene a nessuno se non a una natura razionale.
In contrario, Il Filosofo prova (Phys. ii, 5) che "non solo la mente ma anche la natura agisce per un fine".
Rispondo che, Ogni agente, per necessità, agisce per un fine. Infatti se, in una serie di cause ordinate l'una all'altra, la prima viene rimossa, devono necessariamente essere rimosse anche le altre. Ora la prima di tutte le cause è la causa finale. La ragione di ciò è che la materia non riceve la forma, se non in quanto è mossa da un agente; poiché nulla riduce se stesso dalla potenza all'atto. Ma un agente non muove se non per intenzione di un fine. Infatti, se l'agente non fosse determinato a qualche effetto particolare, non farebbe una cosa piuttosto che un'altra: di conseguenza, affinché produca un effetto determinato, deve necessariamente essere determinato a qualcosa di certo, che ha la natura di fine. E proprio come questa determinazione è effettuata, nella natura razionale, dall'"appetito razionale", che è chiamato volontà; così, nelle altre cose, è causata dalla loro inclinazione naturale, che è chiamata "appetito naturale".
Tuttavia si deve osservare che una cosa tende a un fine, con la sua azione o movimento, in due modi: primo, come una cosa che muove se stessa al fine, come l'uomo; secondo, come una cosa mossa da un altro al fine, come una freccia tende a un fine determinato essendo mossa dall'arciere che dirige la sua azione al fine. Dunque quelle cose che sono dotate di ragione, muovono se stesse a un fine; perché hanno dominio sulle loro azioni attraverso il libero arbitrio, che è la "facoltà della volontà e della ragione". Ma quelle cose che mancano di ragione tendono a un fine, per inclinazione naturale, come mosse da un altro e non da se stesse; poiché non conoscono la natura del fine in quanto tale, e di conseguenza non possono ordinare nulla a un fine, ma possono essere ordinate a un fine solo da un altro. Infatti l'intera natura irrazionale è in paragone a Dio come uno strumento rispetto all'agente principale, come detto sopra (FP, Questione [22], Articolo [2], ad 4; FP, Questione [103], Articolo [1], ad 3). Di conseguenza è proprio della natura razionale tendere a un fine, come dirigendo [agens] e conducendo se stessa al fine: mentre è proprio della natura irrazionale tendere a un fine, come diretta o condotta da un altro, sia che apprenda il fine, come fanno gli animali irrazionali, sia che non lo apprenda, come è il caso di quelle cose che sono del tutto prive di conoscenza.
Risposta all'obiezione 1: Quando un uomo agisce da se stesso per un fine, conosce il fine: ma quando è diretto o condotto da un altro, per esempio, quando agisce al comando di un altro, o quando è mosso sotto la costrizione di un altro, non è necessario che conosca il fine. Ed è così per le creature irrazionali.
Risposta all'obiezione 2: Ordinare verso un fine appartiene a ciò che dirige se stesso a un fine: mentre essere ordinato a un fine appartiene a ciò che è diretto da un altro a un fine. E questo può appartenere a una natura irrazionale, ma grazie a qualcuno dotato di ragione.
Risposta all'obiezione 3: L'oggetto della volontà è il fine e il bene in universale. Di conseguenza non ci può essere volontà in quelle cose che mancano di ragione e intelletto, poiché non possono apprendere l'universale; ma hanno un appetito naturale o un appetito sensitivo, determinato a qualche bene particolare. Ora è chiaro che le cause particolari sono mosse da una causa universale: così il governatore di una città, che intende il bene comune, muove, col suo comando, tutti i dipartimenti particolari della città. Di conseguenza tutte le cose che mancano di ragione sono, per necessità, mosse ai loro fini particolari da qualche volontà razionale che si estende al bene universale, cioè dalla volontà Divina.