II-II, q. 187 a. 3
Se i religiosi siano tenuti al lavoro manuale
Quaestio 187 · Di ciò che compete ai religiosi
Obiezione 1: Sembra che i religiosi siano tenuti al lavoro manuale. Infatti i religiosi non sono esenti dall'osservanza dei precetti. Ora il lavoro manuale è materia di precetto secondo 1 Ts 4,11: "Lavorate con le vostre mani come vi abbiamo ordinato"; per cui Agostino dice (De oper. Monach. xxx): "Ma chi può permettere a questi uomini insolenti", cioè i religiosi che non lavorano, di cui sta parlando lì, "che disattendono l'ammonimento più salutare dell'Apostolo, non solo di essere sopportati come più deboli degli altri, ma persino di predicare come se fossero più santi degli altri". Dunque sembrerebbe che i religiosi siano tenuti al lavoro manuale.
Obiezione 2: Inoltre, una glossa su 2 Ts 3,10, "Chi non vuol lavorare, neppure mangi", dice: "Alcuni dicono che questo comando dell'Apostolo si riferisce alle opere spirituali, e non al lavoro corporale dell'agricoltore o dell'artigiano"; e più avanti: "Ma è inutile che cerchino di nascondere a se stessi e agli altri il fatto che non vogliono non solo adempiere, ma nemmeno comprendere gli utili ammonimenti della carità"; e ancora: "Egli vuole che i servi di Dio si guadagnino da vivere lavorando con i loro corpi". Ora i religiosi specialmente sono chiamati servi di Dio, perché si danno interamente al servizio di Dio, come asserisce Dionigi (Eccl. Hier. vi). Dunque sembrerebbe che siano tenuti al lavoro manuale.
Obiezione 3: Inoltre, Agostino dice (De oper. Monach. xvii): "Vorrei sapere come si occuperebbero coloro che non vogliono lavorare con il corpo. Occupiamo il nostro tempo, dicono, con preghiere, salmi, letture e la parola di Dio". Tuttavia queste cose non sono una scusa, ed egli lo prova riguardo a ciascuna in particolare. In primo luogo, quanto alla preghiera, dice: "Una preghiera dell'uomo obbediente è esaudita prima di diecimila preghiere di chi disprezza": intendendo che sono sprezzanti e indegni di essere ascoltati coloro che non lavorano con le loro mani. In secondo luogo, quanto alle lodi divine aggiunge: "Anche mentre lavorano con le loro mani possono facilmente cantare inni a Dio". In terzo luogo, riguardo alla lettura, prosegue dicendo: "Coloro che dicono di essere occupati nella lettura, non trovano lì ciò che l'Apostolo ha comandato? Che sorta di perversità è questa, voler leggere ma non obbedire a ciò che si legge?". In quarto luogo, aggiunge in riferimento alla predicazione: "Se uno deve parlare, ed è così occupato da non poter trovare tempo per il lavoro manuale, possono tutti nel monastero fare questo? E poiché non tutti possono farlo, perché dovrebbero tutti farne un pretesto per essere esenti? E anche se tutti fossero capaci, dovrebbero farlo a turno, non solo affinché gli altri possano essere occupati in altre opere, ma anche perché basta che uno parli mentre molti ascoltano". Dunque sembrerebbe che i religiosi non debbano desistere dal lavoro manuale a motivo di tali opere spirituali alle quali si dedicano.
Obiezione 4: Inoltre, una glossa su Lc 12,33, "Vendete ciò che possedete", dice: "Non solo date i vostri vestiti ai poveri, ma vendete ciò che possedete, affinché avendo rinunciato una volta per tutte a tutti i vostri possedimenti per amore del Signore, possiate d'ora in poi lavorare con la fatica delle vostre mani, così da avere di che vivere o fare elemosina". Ora appartiene propriamente ai religiosi rinunciare a tutto ciò che hanno. Dunque sembrerebbe parimenti appartenere a loro vivere e fare elemosina attraverso il lavoro delle loro mani.
Obiezione 5: Inoltre, i religiosi specialmente sembrerebbero tenuti a imitare la vita degli apostoli, poiché professano lo stato di perfezione. Ora gli apostoli lavoravano con le proprie mani, secondo 1 Cor 4,12: "Ci affatichiamo lavorando con le nostre mani". Dunque sembrerebbe che i religiosi siano tenuti al lavoro manuale.
In contrario, Quei precetti che sono comunemente ingiunti a tutti vincolano ugualmente religiosi e secolari. Ma il precetto del lavoro manuale è ingiunto a tutti in comune, come appare da 2 Ts 3,6: "Tenetevi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera disordinata", ecc. (poiché con fratello egli intende ogni cristiano, secondo 1 Cor 7,12: "Se un fratello ha una moglie non credente"). Ora sta scritto nello stesso passo (2 Ts 3,10): "Chi non vuol lavorare, neppure mangi". Dunque i religiosi non sono tenuti al lavoro manuale più di quanto lo siano i secolari.
Rispondo che, Il lavoro manuale è ordinato a quattro cose. Primo e principalmente a ottenere il cibo; per cui fu detto al primo uomo (Gen 3,19): "Col sudore del tuo volto mangerai il pane", e sta scritto (Sal 127,2): "Mangerai del lavoro delle tue mani". Secondo, è ordinato alla rimozione dell'ozio da cui sorgono molti mali; perciò sta scritto (Eccli 33,28.29): "Manda" il tuo schiavo "al lavoro, perché non stia in ozio, poiché l'ozio ha insegnato molta malizia". Terzo, è ordinato al freno della concupiscenza, in quanto è un mezzo per affliggere il corpo; perciò sta scritto (2 Cor 6,5.6): "Nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, nella castità". Quarto, è ordinato all'elemosina, per cui sta scritto (Ef 4,28): "Chi rubava non rubi più, ma piuttosto lavori, facendo con le proprie mani ciò che è buono, per avere di che dare a chi è nel bisogno". Di conseguenza, in quanto il lavoro manuale è ordinato a ottenere il cibo, cade sotto una necessità di precetto nella misura in cui è necessario per quel fine: poiché ciò che è ordinato a un fine deriva la sua necessità da quel fine, essendo, in effetti, tanto necessario quanto il fine non può essere ottenuto senza di esso. Di conseguenza colui che non ha altri mezzi di sostentamento è tenuto a lavorare con le sue mani, qualunque sia la sua condizione. Questo è significato dalle parole dell'Apostolo: "Chi non vuol lavorare, neppure mangi", come a dire: "La necessità del lavoro manuale è la necessità del cibo". Cosicché se uno potesse vivere senza mangiare, non sarebbe tenuto a lavorare con le sue mani. Lo stesso si applica a coloro che non hanno altri mezzi leciti di sostentamento: poiché si intende che un uomo non può fare ciò che non può fare lecitamente. Perciò troviamo che l'Apostolo prescrisse il lavoro manuale semplicemente come rimedio per il peccato di coloro che si guadagnavano da vivere con mezzi illeciti. Infatti l'Apostolo ordinò il lavoro manuale prima di tutto per evitare il furto, come appare da Ef 4,28: "Chi rubava non rubi più, ma piuttosto lavori, facendo con le proprie mani". Secondo, per evitare di bramare la proprietà altrui, per cui sta scritto (1 Ts 4,11): "Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, e comportatevi onestamente verso quelli di fuori". Terzo, per evitare le occupazioni disonorevoli con cui alcuni cercano un sostentamento. Perciò dice (2 Ts 3,10-12): "Quando eravamo presso di voi, questo vi abbiamo dichiarato: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono disordinatamente, senza far nulla, ma curiosando" (cioè, come spiega una glossa, "che si guadagnano da vivere immischiandosi in cose illecite"). Ora a costoro ordiniamo, ed esortiamo... di mangiare il proprio pane lavorando in silenzio". Perciò Girolamo afferma (Super epist. ad Galat.) che l'Apostolo disse questo "non tanto nella sua qualità di maestro quanto a causa delle colpe del popolo".
Si deve, tuttavia, osservare che sotto il lavoro manuale sono comprese tutte quelle occupazioni umane con cui l'uomo può lecitamente guadagnarsi da vivere, sia usando le mani, i piedi o la lingua. Infatti le sentinelle, i corrieri e simili che vivono del loro lavoro, si intende che vivano della loro opera manuale: perché, poiché la mano è "l'organo degli organi" (De Anima iii, 8), l'opera manuale denota ogni tipo di lavoro con cui un uomo può lecitamente guadagnarsi da vivere.
In quanto il lavoro manuale è ordinato alla rimozione dell'ozio, o all'afflizione del corpo, non cade sotto una necessità di precetto se lo consideriamo in se stesso, poiché ci sono molti altri mezzi oltre al lavoro manuale per affliggere il corpo o rimuovere l'ozio: infatti la carne è afflitta dai digiuni e dalle veglie, e l'ozio è rimosso dalla meditazione sulle Sacre Scritture e dalle lodi divine. Perciò una glossa sul Sal 118,82, "I miei occhi si sono consumati per la tua parola", dice: "Non è ozioso chi medita solo sulla parola di Dio; né colui che lavora fuori è migliore di colui che si dedica allo studio di conoscere la verità". Di conseguenza per queste ragioni i religiosi non sono tenuti al lavoro manuale, come non lo sono i secolari, eccetto quando vi sono tenuti dagli statuti del loro ordine. Così Girolamo dice (Ep. cxxv ad Rustic Monach.): "I monasteri egiziani non sono soliti ammettere nessuno a meno che non lavori o fatichi, non tanto per le necessità della vita, quanto per il bene dell'anima, affinché non sia sviata da pensieri malvagi". Ma in quanto il lavoro manuale è ordinato all'elemosina, non cade sotto la necessità di precetto, salvo forse in qualche caso particolare, quando un uomo ha l'obbligo di fare elemosina e non ha altri mezzi per avere di che assistere i poveri: poiché in tal caso i religiosi sarebbero tenuti così come i secolari a fare lavoro manuale.
Risposta all'obiezione 1: Questo comando dell'Apostolo è di legge naturale: per cui una glossa su 2 Ts 3,6, "Che vi teniate lontani da ogni fratello che vive disordinatamente", dice, "diversamente da quanto richiede l'ordine naturale", e sta parlando di coloro che si astenevano dal lavoro manuale. Perciò la natura ha fornito l'uomo di mani invece che di armi e vestiti, di cui ha fornito gli altri animali, affinché con le sue mani possa procurarsi queste e tutte le altre cose necessarie. Quindi è chiaro che questo precetto, come tutti i precetti della legge naturale, è vincolante sia per i religiosi che per i secolari allo stesso modo. Tuttavia non pecca chiunque non lavori con le sue mani, perché quei precetti della legge naturale che riguardano il bene dei molti non sono vincolanti per ogni individuo, ma basta che una persona si applichi a questo affare e un'altra a quello; per esempio, che alcuni siano artigiani, altri agricoltori, altri giudici, e altri insegnanti, e così via, secondo le parole dell'Apostolo (1 Cor 12,17): "Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato?".
Risposta all'obiezione 2: Questa glossa è tratta dal De operibus Monachorum di Agostino, cap. 21, dove egli parla contro certi monaci che dichiaravano illecito per i servi di Dio lavorare con le loro mani, a motivo del detto di Nostro Signore (Mt 6,25): "Non affannatevi per la vostra vita, di quello che mangerete". Tuttavia le sue parole non implicano che i religiosi siano tenuti a lavorare con le loro mani, se hanno altri mezzi di sostentamento. Questo è chiaro dal fatto che aggiunge: "Egli vuole che i servi di Dio si guadagnino da vivere lavorando con i loro corpi". Ora questo non si applica ai religiosi più che ai secolari, il che è evidente per due ragioni. Primo, a motivo del modo in cui l'Apostolo si esprime, dicendo: "Che vi teniate lontani da ogni fratello che vive disordinatamente". Infatti chiama fratelli tutti i cristiani, poiché a quel tempo gli ordini religiosi non erano ancora fondati. Secondo, perché i religiosi non hanno altri obblighi di quelli che hanno i secolari, eccetto quanto richiesto dalla regola che professano: per cui se la loro regola non contiene nulla riguardo al lavoro manuale, i religiosi non sono tenuti al lavoro manuale diversamente da come lo sono i secolari.
Risposta all'obiezione 3: Un uomo può dedicarsi in due modi a tutte le opere spirituali menzionate da Agostino nel passo citato: in un modo in vista del bene comune, in un altro in vista del suo vantaggio privato. Di conseguenza coloro che si dedicano pubblicamente alle suddette opere spirituali sono perciò esenti dal lavoro manuale per due ragioni: primo, perché conviene loro essere occupati esclusivamente in tali opere; secondo, perché coloro che si dedicano a tali opere hanno diritto a essere sostenuti da coloro per il cui vantaggio lavorano.
D'altra parte, coloro che si dedicano a tali opere non pubblicamente ma privatamente per così dire, non dovrebbero per questo motivo essere esenti dal lavoro manuale, né hanno diritto a essere sostenuti dalle offerte dei fedeli, ed è di costoro che Agostino sta parlando. Infatti quando dice: "Possono cantare inni a Dio anche mentre lavorano con le loro mani; come gli artigiani che danno voce al racconto di favole senza ritirare le mani dal loro lavoro", è chiaro che non può riferirsi a coloro che cantano le ore canoniche in chiesa, ma a coloro che recitano salmi o inni come preghiere private. Allo stesso modo ciò che dice della lettura e della preghiera deve essere riferito alla preghiera e lettura privata che anche i laici fanno a volte, e non a coloro che compiono preghiere pubbliche in chiesa, o tengono lezioni pubbliche nelle scuole. Perciò non dice: "Coloro che dicono di essere occupati nell'insegnare e istruire", ma: "Coloro che dicono di essere occupati nella lettura". Di nuovo parla di quella predicazione che è indirizzata, non pubblicamente al popolo, ma a uno o pochi in particolare come ammonimento privato. Perciò dice espressamente: "Se uno deve parlare". Infatti secondo una glossa su 1 Cor 2,4, "Il discorso è indirizzato privatamente, la predicazione a molti".
Risposta all'obiezione 4: Coloro che disprezzano tutto per amore di Dio sono tenuti a lavorare con le loro mani, quando non hanno altri mezzi di sostentamento, o di elemosina (qualora si verificasse il caso in cui l'elemosina fosse materia di precetto), ma non altrimenti, come detto nell'Articolo. È in questo senso che la glossa citata deve essere intesa.
Risposta all'obiezione 5: Che gli apostoli lavorassero con le loro mani era talvolta una questione di necessità, talvolta un'opera di supererogazione. Era di necessità quando non ricevevano un sostentamento dagli altri. Perciò una glossa su 1 Cor 4,12, "Ci affatichiamo lavorando con le nostre mani", aggiunge, "perché nessuno ci dà nulla". Era supererogazione, come appare da 1 Cor 9,12, dove l'Apostolo dice che non usò il potere che aveva di vivere del Vangelo. L'Apostolo ricorse a questa supererogazione per tre motivi. Primo, per privare i falsi apostoli del pretesto per predicare, poiché essi predicavano meramente per un vantaggio temporale; perciò dice (2 Cor 11,12): "Ma quello che faccio, lo farò ancora per togliere ogni pretesto a quelli", ecc. Secondo, per evitare di gravare su coloro ai quali predicava; perciò dice (2 Cor 12,13): "In che cosa siete stati trattati meno bene delle altre chiese, se non nel fatto che io stesso non vi sono stato d'aggravio?". Terzo, per dare un esempio di lavoro agli oziosi; perciò dice (2 Ts 3,8.9): "Abbiamo lavorato notte e giorno... per darvi in noi stessi un modello da imitare". Tuttavia, l'Apostolo non fece questo in luoghi come Atene dove aveva facilità di predicare quotidianamente, come osserva Agostino (De oper. Monach. xviii). Tuttavia i religiosi non sono per questo motivo tenuti a imitare l'Apostolo in questa materia, poiché non sono tenuti a tutte le opere di supererogazione: per cui nemmeno gli altri apostoli lavoravano con le loro mani.