II-II, q. 180 a. 5
Se nello stato presente della vita la vita contemplativa possa giungere alla visione dell'essenza divina
Quaestio 180 · Della vita contemplativa
Obiezione 1: Sembra che nello stato presente della vita la vita contemplativa possa giungere alla visione dell'essenza divina. Infatti, come detto in Gn 32,30, Giacobbe disse: "Ho visto Dio faccia a faccia, e la mia anima è stata salvata". Ora la visione del volto di Dio è la visione dell'essenza divina. Dunque sembra che nella vita presente si possa giungere, per mezzo della contemplazione, a vedere Dio nella sua essenza.
Obiezione 2: Inoltre, Gregorio dice (Moral. vi, 37) che "gli uomini contemplativi si ritirano in se stessi per esplorare le cose spirituali, né portano mai con sé le ombre delle cose corporee, o se queste li seguono essi prudentemente le scacciano: ma desiderosi di vedere la luce incomprensibile, sopprimono tutte le immagini della loro limitata comprensione, e attraverso il desiderio di raggiungere ciò che è sopra di loro, superano ciò che essi sono". Ora l'uomo non è impedito dal vedere l'essenza divina, che è la luce incomprensibile, se non dalla necessità di rivolgersi ai fantasmi corporei. Dunque sembra che la contemplazione della vita presente possa estendersi alla visione della luce incomprensibile nella sua essenza.
Obiezione 3: Inoltre, Gregorio dice (Dial. ii, 35): "Tutte le creature sono piccole per l'anima che vede il suo Creatore: perciò quando l'uomo di Dio", cioè il beato Benedetto, "vide un globo di fuoco nella torre e angeli che tornavano in cielo, senza dubbio poteva vedere tali cose solo alla luce di Dio". Ora il beato Benedetto era ancora in questa vita. Dunque la contemplazione della vita presente può estendersi alla visione dell'essenza di Dio.
In contrario, Gregorio dice (Hom. xiv in Ezech.): "Finché viviamo in questa carne mortale, nessuno raggiunge una tale altezza di contemplazione da fissare gli occhi della sua mente sul raggio stesso della luce incomprensibile".
Rispondo che, Come dice Agostino (Gen. ad lit. xii, 27), "nessuno vedendo Dio vive questa vita mortale in cui i sensi corporei hanno il loro gioco: e a meno che in qualche modo non si diparta da questa vita, sia uscendo del tutto dal suo corpo, sia ritirandosi dai suoi sensi carnali, non è rapito in quella visione". Questo è stato discusso attentamente sopra (Question [175], Articles [4],5), dove abbiamo parlato del rapimento, e nella FP, Question [12], Article [2], dove abbiamo trattato della visione di Dio.
Di conseguenza dobbiamo affermare che si può essere in questa vita in due modi. Primo, riguardo all'atto, vale a dire facendo uso attuale dei sensi corporei, e così la contemplazione nella vita presente non può in alcun modo giungere alla visione dell'essenza di Dio. Secondo, si può essere in questa vita potenzialmente e non riguardo all'atto, vale a dire, quando l'anima è unita al corpo mortale come sua forma, tuttavia in modo da non fare uso né dei sensi corporei, né tantomeno dell'immaginazione, come accade nel rapimento; e in questo modo la contemplazione della vita presente può giungere alla visione dell'essenza divina. Di conseguenza il più alto grado di contemplazione nella vita presente è quello che Paolo ebbe nel rapimento, per cui fu in uno stato intermedio tra la vita presente e la vita futura.
Risposta all'obiezione 1: Come dice Dionigi (Ep. i ad Caium. Monach.), "se qualcuno vedendo Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio stesso, ma qualcosa appartenente a Dio". E Gregorio dice (Hom. xiv in Ezech.): "In nessun modo Dio è visto ora nella sua gloria; ma l'anima vede qualcosa di grado inferiore, ed è da ciò ristorata affinché in seguito possa giungere alla gloria della visione". Di conseguenza le parole di Giacobbe, "Ho visto Dio faccia a faccia" non implicano che egli vide l'essenza di Dio, ma che vide qualche forma, immaginaria s'intende, in cui Dio gli parlò. Oppure, "poiché conosciamo un uomo dal suo volto, col volto di Dio egli significò la sua conoscenza di Lui", secondo una glossa di Gregorio sullo stesso passo.
Risposta all'obiezione 2: Nello stato presente della vita la contemplazione umana è impossibile senza fantasmi, perché è connaturale all'uomo vedere le specie intelligibili nei fantasmi, come afferma il Filosofo (De Anima iii, 7). Tuttavia la conoscenza intellettuale non consiste nei fantasmi stessi, ma nel nostro contemplare in essi la purezza della verità intelligibile: e questo non solo nella conoscenza naturale, ma anche in quella che otteniamo per rivelazione. Infatti Dionigi dice (Coel. Hier. i) che "la gloria divina ci mostra le gerarchie angeliche sotto certe figure simboliche, e dalla sua potenza siamo riportati al singolo raggio di luce", cioè alla semplice conoscenza della verità intelligibile. È in questo senso che dobbiamo intendere l'affermazione di Gregorio che "i contemplativi non portano con sé le ombre delle cose corporee", poiché la loro contemplazione non è fissata su di esse, ma sulla considerazione della verità intelligibile.
Risposta all'obiezione 3: Con queste parole Gregorio non implica che il beato Benedetto, in quella visione, vide Dio nella sua essenza, ma vuole mostrare che poiché "tutte le creature sono piccole per colui che vede Dio", ne consegue che tutte le cose possono essere facilmente viste attraverso l'illuminazione della luce divina. Perciò aggiunge: "Per quanto poco egli possa vedere della luce del Creatore, tutte le cose create diventano meschine per lui".