II-II, q. 148 a. 5
Se la gola sia un vizio capitale
Quaestio 148 · Della gola
Obiezione 1: Sembra che la gola non sia un vizio capitale. Infatti i vizi capitali denotano quelli da cui, sotto l'aspetto di causa finale, hanno origine altri vizi. Ora il cibo, che è la materia della gola, non ha l'aspetto di fine, poiché è cercato non per se stesso, ma per il nutrimento del corpo. Dunque la gola non è un vizio capitale.
Obiezione 2: Inoltre, un vizio capitale sembrerebbe avere una certa preminenza nella peccaminosità. Ma questo non si applica alla gola, che, rispetto al suo genere, è apparentemente il minore dei peccati, visto che è più affine a ciò che è secondo natura. Dunque la gola non è un vizio capitale.
Obiezione 3: Inoltre, il peccato risulta dal fatto che un uomo abbandona il bene della virtù a causa di qualcosa di utile alla vita presente, o piacevole ai sensi. Ora riguardo ai beni aventi l'aspetto di utilità, vi è un solo vizio capitale, vale a dire l'avarizia. Dunque, apparentemente, ci dovrebbe essere un solo vizio capitale rispetto ai piaceri: e questo è la lussuria, che è un vizio più grande della gola, e riguarda piaceri più grandi. Dunque la gola non è un vizio capitale.
In contrario, Gregorio (Moral. xxxi, 45) annovera la gola tra i vizi capitali.
Rispondo che, Come detto sopra (FS, Question [84], Article [3]), un vizio capitale denota quello da cui, considerato come causa finale, cioè come avente un fine massimamente desiderabile, hanno origine altri vizi: per cui desiderando quel fine gli uomini sono incitati a peccare in molti modi. Ora un fine è reso massimamente desiderabile dall'avere una delle condizioni della felicità che è desiderabile per sua stessa natura: e il piacere è essenziale alla felicità, secondo l'Etica i, 8; x, 3,7,8. Pertanto il vizio della gola, riguardando i piaceri del tatto che stanno al primo posto tra gli altri piaceri, è convenientemente annoverato tra i vizi capitali.
Risposta all'obiezione 1: È vero che il cibo stesso è diretto a qualcosa come suo fine: ma poiché quel fine, vale a dire il sostentamento della vita, è massimamente desiderabile e poiché la vita non può essere sostenuta senza cibo, ne consegue che anche il cibo è massimamente desiderabile: anzi, quasi tutta la fatica della vita dell'uomo è diretta ad esso, secondo Eccles. 6,7: "Tutta la fatica dell'uomo è per la sua bocca". Tuttavia la gola sembra riguardare i piaceri del cibo piuttosto che il cibo stesso; per cui, come dice Agostino (De Vera Relig. liii), "con tale cibo che è buono per il corpo senza valore, gli uomini desiderano essere nutriti", nel che consiste appunto il piacere, "piuttosto che essere saziati: poiché l'intero fine di quel desiderio è questo: non aver sete e non aver fame".
Risposta all'obiezione 2: Nel peccato il fine è accertato rispetto alla conversione, mentre la gravità del peccato è determinata riguardo all'aversione. Perciò non ne consegue che il peccato capitale che ha il fine più desiderabile superi gli altri in gravità.
Risposta all'obiezione 3: Ciò che dà piacere è desiderabile in se stesso: e conseguentemente, corrispondendo alla sua diversità, vi sono due vizi capitali, vale a dire la gola e la lussuria. D'altra parte, ciò che è utile è desiderabile non in se stesso, ma in quanto diretto a qualcos'altro: per cui apparentemente in tutte le cose utili vi è un solo aspetto di desiderabilità. Quindi vi è un solo vizio capitale, rispetto a tali cose.