I-II, q. 59 a. 2
Se vi possa essere virtù morale con passione
Quaestio 59 · Della virtù morale in rapporto alle passioni
Obiezione 1: Sembra che la virtù morale non possa essere con passione. Infatti il Filosofo dice (Topic. iv) che "un uomo mansueto è colui che non è passionale; ma un uomo paziente è colui che è passionale ma non cede". Lo stesso vale per tutte le virtù morali. Dunque tutte le virtù morali sono senza passione.
Obiezione 2: Inoltre, la virtù è una retta affezione dell'anima, come la salute lo è per il corpo, come affermato in Phys. vii, testo 17: perciò "la virtù è una sorta di salute dell'anima", come dice Cicerone (Quaest. Tusc. iv). Ma le passioni dell'anima sono "le malattie dell'anima", come egli dice nello stesso libro. Ora la salute è incompatibile con la malattia. Dunque nemmeno la passione è compatibile con la virtù.
Obiezione 3: Inoltre, la virtù morale richiede il perfetto uso della ragione anche nelle questioni particolari. Ma le passioni sono un ostacolo a questo: infatti il Filosofo dice (Ethic. vi, 5) che "i piaceri distruggono il giudizio della prudenza": e Sallustio dice (Catilin.) che "quando esse", cioè le passioni dell'anima, "interferiscono, non è facile per la mente cogliere la verità". Dunque la passione è incompatibile con la virtù morale.
In contrario, Agostino dice (De Civ. Dei xiv, 6): "Se la volontà è perversa, questi movimenti", cioè le passioni, "sono pure perversi: ma se essa è retta, essi non sono solo irreprensibili, ma persino lodevoli". Ma nulla di lodevole è incompatibile con la virtù morale. Dunque la virtù morale non esclude le passioni, ma è coerente con esse.
Rispondo che, Gli Stoici e i Peripatetici erano in disaccordo su questo punto, come riferisce Agostino (De Civ. Dei ix, 4). Infatti gli Stoici sostenevano che le passioni dell'anima non possono essere in un uomo saggio o virtuoso: mentre i Peripatetici, che furono fondati da Aristotele, come dice Agostino (De Civ. Dei ix, 4), sostenevano che le passioni sono compatibili con la virtù morale, se ridotte al giusto mezzo.
Questa differenza, come osserva Agostino (De Civ. Dei ix, 4), era di parole piuttosto che di opinioni. Perché gli Stoici, non discriminando tra l'appetito intellettivo, cioè la volontà, e l'appetito sensitivo, che è diviso in irascibile e concupiscibile, non distinguevano, come facevano i Peripatetici, le passioni dalle altre affezioni dell'anima umana, nel punto di essere movimenti dell'appetito sensitivo, mentre le altre emozioni dell'anima, che non sono passioni, sono movimenti dell'appetito intellettivo o volontà; ma solo nel punto che le passioni erano, come essi sostenevano, qualsiasi emozione in disaccordo con la ragione. Queste emozioni non potevano essere in un uomo saggio o virtuoso se sorgevano deliberatamente: mentre sarebbe possibile che fossero in un uomo saggio, se sorgessero improvvisamente: perché, nelle parole di Aulo Gellio [*Noct. Attic. xix, 1], citato da Agostino (De Civ. Dei ix, 4), "non è in nostro potere richiamare le visioni dell'anima, note come le sue fantasie; e quando esse sorgono da cose terribili, devono necessariamente disturbare la mente di un uomo saggio, cosicché egli è leggermente scosso dalla paura, o depresso dalla tristezza", in quanto "queste passioni prevengono l'uso della ragione senza che egli approvi tali cose o vi acconsenta".
Di conseguenza, se le passioni sono prese per emozioni disordinate, esse non possono essere in un uomo virtuoso, in modo che egli acconsenta ad esse deliberatamente; come sostenevano gli Stoici. Ma se le passioni sono prese per qualsiasi movimento dell'appetito sensitivo, esse possono essere in un uomo virtuoso, in quanto sono subordinate alla ragione. Quindi Aristotele dice (Ethic. ii, 3) che "alcuni descrivono la virtù come una sorta di libertà dalla passione e dal turbamento; questo non è corretto, perché l'asserzione dovrebbe essere qualificata": avrebbero dovuto dire che la virtù è libertà da quelle passioni "che non sono come dovrebbero essere per modo e tempo".
Risposta all'obiezione 1: Il Filosofo cita questo, così come molti altri esempi nei suoi libri di Logica, al fine di illustrare non il proprio pensiero, ma quello di altri. Era opinione degli Stoici che le passioni dell'anima fossero incompatibili con la virtù: e il Filosofo rifiuta questa opinione (Ethic. ii, 3), quando dice che la virtù non è libertà dalla passione. Si può dire, tuttavia, che quando egli dice "un uomo mansueto non è passionale", dobbiamo intendere questo della passione disordinata.
Risposta all'obiezione 2: Questo e tutti gli argomenti simili che Tullio porta avanti nel De Tusc. Quaest. iv prendono le passioni nell'esecuzione del comando della ragione.
Risposta all'obiezione 3: Quando una passione previene il giudizio della ragione, così da prevalere sulla mente per dare il suo consenso, essa ostacola il consiglio e il giudizio della ragione. Ma quando segue quel giudizio, come essendo comandata dalla ragione, essa aiuta verso l'esecuzione del comando della ragione.