I, q. 115 a. 1
Se un corpo possa essere attivo
Quaestio 115 · L'azione della creatura corporea
Obiezione 1: Sembra che nessun corpo sia attivo. Infatti Agostino dice (De Civ. Dei v, 9): "Vi sono cose che subiscono l'azione, ma non agiscono; tali sono i corpi: vi è Uno che agisce ma non subisce l'azione; questi è Dio: vi sono cose che agiscono e subiscono l'azione; queste sono le sostanze spirituali".
Obiezione 2: Inoltre, ogni agente, eccetto il primo agente, richiede nella sua opera un soggetto suscettibile della sua azione. Ma non vi è sostanza al di sotto della sostanza corporea che possa essere suscettibile dell'azione di quest'ultima; poiché essa appartiene al grado più basso degli esseri. Dunque la sostanza corporea non è attiva.
Obiezione 3: Inoltre, ogni sostanza corporea è limitata dalla quantità. Ma la quantità impedisce alla sostanza il movimento e l'azione, perché la circonda e la penetra: proprio come una nube impedisce all'aria di ricevere la luce. Prova ne è che più un corpo aumenta in quantità, più è pesante e difficile da muovere. Dunque nessuna sostanza corporea è attiva.
Obiezione 4: Inoltre, il potere di azione in ogni agente è secondo la sua vicinanza alla prima causa attiva. Ma i corpi, essendo massimamente composti, sono remotissimi dalla prima causa attiva, che è massimamente semplice. Dunque nessun corpo è attivo.
Obiezione 5: Inoltre, se un corpo è un agente, il termine della sua azione è o una forma sostanziale, o una accidentale. Ma non è una forma sostanziale; poiché non è possibile trovare in un corpo alcun principio di azione, se non una qualità attiva, che è un accidente; e un accidente non può essere la causa di una forma sostanziale, poiché la causa è sempre più eccellente dell'effetto. Similmente, non è nemmeno una forma accidentale, poiché "un accidente non si estende oltre il suo soggetto", come dice Agostino (De Trin. ix, 4). Dunque nessun corpo è attivo.
In contrario, Dionigi dice (Coel. Hier. xv) che tra le altre qualità del fuoco corporeo, "esso mostra la sua grandezza nella sua azione e nel potere su ciò che afferra".
Rispondo che, È evidente ai sensi che alcuni corpi sono attivi. Ma riguardo all'azione dei corpi vi sono stati tre errori. Alcuni infatti negarono ogni azione ai corpi. Questa è l'opinione di Avicebron nel suo libro La Fonte della Vita, dove, con gli argomenti sopra menzionati, cerca di provare che nessun corpo agisce, ma che tutte le azioni che sembrano essere azioni dei corpi, sono azioni di qualche potere spirituale che penetra tutti i corpi: cosicché, secondo lui, non è il fuoco che scalda, ma un potere spirituale che penetra, per mezzo del fuoco. E questa opinione sembra derivare da quella di Platone. Infatti Platone sosteneva che tutte le forme esistenti nella materia corporea sono da essa partecipate, e ad essa determinate e limitate; e che le forme separate sono assolute e per così dire universali; perciò diceva che queste forme separate sono le cause delle forme che esistono nella materia. Dunque, in quanto la forma che è nella materia corporea è determinata a questa materia individualizzata dalla quantità, Avicebron sosteneva che la forma corporea è trattenuta e imprigionata dalla quantità, come principio di individuazione, così da non potersi estendere mediante l'azione ad alcun'altra materia: e che solo la forma spirituale e immateriale, che non è limitata dalla quantità, può uscire fuori agendo su qualcos'altro.
Ma questo non prova che la forma corporea non sia un agente, bensì che non è un agente universale. Infatti, nella misura in cui una cosa è partecipata, così, di necessità, deve essere partecipato ciò che le è proprio; così in proporzione alla partecipazione della luce è la partecipazione della visibilità. Ma agire, che non è altro che fare sì che qualcosa sia in atto, è essenzialmente proprio di un atto in quanto tale; perciò ogni agente produce il suo simile. Così dunque, al fatto di essere una forma non determinata da materia soggetta a quantità, una cosa deve il suo essere un agente indeterminato e universale: ma al fatto di essere determinata a questa materia, deve il suo essere un agente limitato e particolare. Perciò se la forma del fuoco fosse separata, come supponevano i Platonici, sarebbe, in un certo modo, la causa di ogni ignizione. Ma questa forma di fuoco che è in questa materia corporea, è la causa di questa ignizione che passa da questo corpo a quello. Quindi tale azione è effettuata dal contatto di due corpi.
Ma questa opinione di Avicebron va oltre quella di Platone. Infatti Platone riteneva che solo le forme sostanziali fossero separate; mentre riferiva gli accidenti ai principi materiali che sono "il grande" e "il piccolo", che egli considerava essere i primi contrari, da altri considerati "il raro" e "il denso". Di conseguenza sia Platone che Avicenna, che lo segue in una certa misura, sostenevano che gli agenti corporei agiscono attraverso le loro forme accidentali, disponendo la materia per la forma sostanziale; ma che l'ultima perfezione raggiunta dall'introduzione della forma sostanziale è dovuta a un principio immateriale. E questa è la seconda opinione riguardante l'azione dei corpi; della quale abbiamo parlato sopra trattando della creazione (Questione [45], Articolo [8]).
La terza opinione è quella di Democrito, il quale sosteneva che l'azione avviene attraverso l'emissione di atomi dall'agente corporeo, mentre la passione consiste nella ricezione degli atomi nei pori del corpo passivo. Questa opinione è confutata da Aristotele (De Gener. i, 8,9). Infatti ne seguirebbe che un corpo non sarebbe passivo nella sua totalità, e la quantità del corpo attivo diminuirebbe attraverso la sua azione; cose che sono manifestamente non vere.
Dobbiamo dunque dire che un corpo agisce in quanto è in atto, su un corpo in quanto è in potenza.
Risposta all'obiezione 1: Questo passo di Agostino deve essere inteso riguardo all'intera natura corporea considerata nel suo insieme, la quale non ha alcuna natura inferiore ad essa su cui possa agire; come la natura spirituale agisce su quella corporea, e la natura increata su quella creata. Tuttavia un corpo è inferiore a un altro, in quanto è in potenza rispetto a ciò che l'altro ha in atto.
Da ciò segue la soluzione della seconda obiezione. Ma si deve osservare, quando Avicebron argomenta così: "Vi è un motore che non è mosso, cioè il primo fattore di tutto; dunque, d'altra parte, esiste qualcosa di mosso che è puramente passivo", che questo deve essere concesso. Ma quest'ultima è la materia prima, che è pura potenza, proprio come Dio è puro atto. Ora un corpo è composto di potenza e atto; e perciò è sia attivo che passivo.
Risposta all'obiezione 3: La quantità non impedisce interamente alla forma corporea l'azione, come detto sopra; ma le impedisce di essere un agente universale, in quanto una forma è individualizzata dall'essere in una materia soggetta a quantità. La prova tratta dal peso dei corpi non è pertinente. Primo, perché l'aggiunta di quantità non causa il peso; come è provato (De Coelo et Mundo iv, 2). Secondo, è falso che il peso ritardi il movimento; al contrario, più una cosa è pesante, maggiore è il suo movimento, se consideriamo il movimento che le è proprio. Terzo, perché l'azione non è effettuata dal movimento locale, come sosteneva Democrito: ma dal fatto che qualcosa viene ridotto dalla potenza all'atto.
Risposta all'obiezione 4: Un corpo non è ciò che è più distante da Dio; poiché partecipa qualcosa di una somiglianza con l'Essere Divino, in quanto ha una forma. Ciò che è più distante da Dio è la materia prima; che non è in alcun modo attiva, poiché è pura potenza.
Risposta all'obiezione 5: Il termine dell'azione di un corpo è sia una forma accidentale che una forma sostanziale. Infatti la qualità attiva, come il calore, sebbene sia essa stessa un accidente, agisce tuttavia in virtù della forma sostanziale, come suo strumento: perciò la sua azione può terminare in una forma sostanziale; così il calore naturale, come strumento dell'anima, ha un'azione che termina nella generazione della carne. Ma per la sua propria virtù produce un accidente. Né è contro la natura di un accidente superare il suo soggetto nell'agire, ma lo è superarlo nell'essere; a meno che invero uno non immagini che un accidente trasferisca il suo identico sé dall'agente al paziente; così Democrito spiegava l'azione mediante un'emissione di atomi.