II-II, q. 181 a. 4
Se la vita attiva rimanga dopo questa vita
Quaestio 181 · Della vita attiva
Obiezione 1: Sembra che la vita attiva rimanga dopo questa vita. Infatti gli atti delle virtù morali appartengono alla vita attiva, come detto sopra (Articolo [1]). Ma le virtù morali durano dopo questa vita secondo Agostino (De Trin. xiv, 9). Dunque la vita attiva rimane dopo questa vita.
Obiezione 2: Inoltre, insegnare agli altri appartiene alla vita attiva, come detto sopra (Articolo [3]). Ma nella vita futura, quando "saremo come gli angeli", l'insegnamento sarà possibile: proprio come apparentemente lo è negli angeli, tra i quali uno "illumina, purifica e perfeziona" [*Coel. Hier. iii, viii] un altro, il che si riferisce al "ricevere la conoscenza", secondo Dionigi (Coel. Hier. vii). Dunque sembrerebbe che la vita attiva rimanga dopo questa vita.
Obiezione 3: Inoltre, quanto più una cosa è durevole in se stessa, tanto più è capace di durare dopo questa vita. Ma la vita attiva è apparentemente più durevole in se stessa: poiché Gregorio dice (Hom. v in Ezech.) che "possiamo rimanere fissi nella vita attiva, mentre non siamo affatto capaci di mantenere una mente attenta nella vita contemplativa". Dunque la vita attiva è molto più capace della contemplativa di durare dopo questa vita.
In contrario, Gregorio dice (Hom. xiv in Ezech.): "La vita attiva finisce con questo mondo, ma la vita contemplativa inizia qui, per essere perfezionata nella nostra patria celeste".
Rispondo che, Come detto sopra (Articolo [1]), la vita attiva ha il suo fine nelle azioni esterne: e se queste sono riferite alla quiete della contemplazione, per quella stessa ragione appartengono alla vita contemplativa. Ma nella vita futura dei beati l'occupazione delle azioni esterne cesserà, e se vi saranno azioni esterne, queste saranno riferite alla contemplazione come loro fine. Infatti, come dice Agostino alla fine del De Civitate Dei xxii, 30, "lì riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo". E aveva detto prima (De Civ. Dei xxii, 30) che "lì Dio sarà visto senza fine, amato senza fastidio, lodato senza stanchezza: tale sarà l'occupazione di tutti, l'amore comune, l'attività universale".
Risposta all'obiezione 1: Come detto sopra (Question [136], Articolo [1], ad 1), le virtù morali rimarranno non quanto a quelle azioni che riguardano i mezzi, ma quanto alle azioni che riguardano il fine. Tali atti sono quelli che conducono alla quiete della contemplazione, che nelle parole sopra citate Agostino denota con "riposo", e questo riposo esclude non solo i disturbi esteriori ma anche il disturbo interiore delle passioni.
Risposta all'obiezione 2: La vita contemplativa, come detto sopra (Question [180], Articolo [4]), consiste principalmente nella contemplazione di Dio, e quanto a questo, un angelo non insegna a un altro, poiché secondo Mt 18,10, "gli angeli dei piccoli", che appartengono all'ordine inferiore, "vedono sempre la faccia del Padre"; e così, nella vita futura, nessun uomo insegnerà a un altro di Dio, ma "noi" tutti "lo vedremo così come Egli è" (1 Gv 3,2). Questo è in accordo con il detto di Geremia 31,34: "Non istruiranno più ciascuno il proprio prossimo... dicendo: Conosci il Signore: poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo di loro fino al più grande".
Ma per quanto riguarda le cose pertinenti alla "dispensazione dei misteri di Dio", un angelo insegna a un altro purificandolo, illuminandolo e perfezionandolo: e così essi hanno qualcosa della vita attiva finché dura il mondo, per il fatto che sono occupati nell'amministrare le creature inferiori a loro. Questo è significato dal fatto che Giacobbe vide angeli "salire" la scala - il che si riferisce alla contemplazione - e "scendere" - il che si riferisce all'azione. Nondimeno, come osserva Gregorio (Moral. ii, 3), "essi non vagano fuori dalla visione divina, così da essere privati delle gioie della contemplazione interiore". Quindi in loro la vita attiva non differisce dalla vita contemplativa come fa in noi, per i quali le opere della vita attiva sono un ostacolo alla contemplazione.
Né la somiglianza con gli angeli ci è promessa per quanto riguarda l'amministrazione delle creature inferiori, poiché questo ci compete non in ragione del nostro ordine naturale, come per gli angeli, ma in ragione della nostra visione di Dio.
Risposta all'obiezione 3: Che la durata della vita attiva nello stato presente superi la durata della vita contemplativa non deriva da alcuna proprietà dell'una o dell'altra vita considerata in se stessa, ma dalla nostra propria deficienza, poiché siamo trattenuti dalle altezze della contemplazione dal peso del corpo. Onde Gregorio aggiunge (Moral. ii, 3) che "la mente, respinta da quell'immensa altezza a causa della sua stessa debolezza, ricade su se stessa".