II-II, q. 181 a. 2
Se la prudenza appartenga alla vita attiva
Quaestio 181 · Della vita attiva
Obiezione 1: Sembra che la prudenza non appartenga alla vita attiva. Infatti, come la vita contemplativa appartiene alla potenza cognitiva, così la vita attiva appartiene alla potenza appetitiva. Ora la prudenza non appartiene alla potenza appetitiva ma a quella cognitiva. Dunque la prudenza non appartiene alla vita attiva.
Obiezione 2: Inoltre, Gregorio dice (Hom. xiv in Ezech.) che la "vita attiva, essendo occupata nel lavoro, vede meno", per cui è significata da Lia che era cisposa. Ma la prudenza richiede occhi limpidi, affinché uno possa giudicare rettamente di ciò che si deve fare. Dunque sembra che la prudenza non appartenga alla vita attiva.
Obiezione 3: Inoltre, la prudenza sta tra le virtù morali e quelle intellettuali. Ora, come le virtù morali appartengono alla vita attiva, come detto sopra (Articolo [1]), così le virtù intellettuali appartengono alla vita contemplativa. Dunque sembrerebbe che la prudenza non appartenga né alla vita attiva né a quella contemplativa, ma a un genere di vita intermedio, di cui fa menzione Agostino (De Civ. Dei xix, 2,3,19).
In contrario, Il Filosofo dice (Ethic. x, 8) che la prudenza appartiene alla felicità attiva, alla quale appartengono le virtù morali.
Rispondo che, Come detto sopra (Articolo [1], ad 3; FS, Question [18], Articolo [6]), se una cosa è ordinata a un'altra come al suo fine, essa è attratta, specialmente nelle questioni morali, alla specie della cosa a cui è diretta: per esempio "chi commette adulterio per rubare, è un ladro piuttosto che un adultero", secondo il Filosofo (Ethic. v, 2). Ora è evidente che la conoscenza della prudenza è ordinata alle opere delle virtù morali come al suo fine, poiché essa è "la retta ragione applicata all'azione" (Ethic. vi, 5); cosicché i fini delle virtù morali sono i principi della prudenza, come dice il Filosofo nello stesso libro. Di conseguenza, come è stato detto sopra (Articolo [1], ad 3) che le virtù morali in colui che le ordina alla quiete della contemplazione appartengono alla vita contemplativa, così la conoscenza della prudenza, che è di per sé ordinata alle opere delle virtù morali, appartiene direttamente alla vita attiva, purché prendiamo la prudenza nel suo senso proprio come ne parla il Filosofo.
Se, tuttavia, la prendiamo in un senso più generale, come comprendente qualsiasi tipo di conoscenza umana, allora la prudenza, per quanto riguarda una certa parte di essa, appartiene alla vita contemplativa. In questo senso Tullio (De Offic. i, 5) dice che "l'uomo che è capace di cogliere più chiaramente e velocemente la verità e di spiegare le sue ragioni, è solito essere considerato il più prudente e saggio".
Risposta all'obiezione 1: Le opere morali prendono la loro specie dal loro fine, come detto sopra (FS, Question [18], Articoli [4],6), per cui la conoscenza pertinente alla vita contemplativa è quella che ha il suo fine nella stessa conoscenza della verità; mentre la conoscenza della prudenza, avendo il suo fine in un atto della potenza appetitiva, appartiene alla vita attiva.
Risposta all'obiezione 2: L'occupazione esterna fa vedere meno nelle cose intelligibili, che sono separate dagli oggetti sensibili con i quali le opere della vita attiva hanno a che fare. Nondimeno l'occupazione esterna della vita attiva permette a un uomo di vedere più chiaramente nel giudicare ciò che si deve fare, il che appartiene alla prudenza, sia a motivo dell'esperienza, sia a motivo dell'attenzione della mente, poiché "l'ingegno vale quando l'animo è attento", come osserva Sallustio [*Bell. Catilin., LI].
Risposta all'obiezione 3: La prudenza è detta intermedia tra le virtù intellettuali e quelle morali perché risiede nel medesimo soggetto delle virtù intellettuali, e ha assolutamente la stessa materia delle virtù morali. Ma questo terzo genere di vita è intermedio tra la vita attiva e quella contemplativa per quanto riguarda le cose di cui si occupa, perché si occupa a volte della contemplazione della verità, a volte delle cose eterne.