II-II, q. 107 a. 3
Se l'ingratitudine sia sempre peccato mortale
Quaestio 107 · Dell'ingratitudine
Obiezione 1: Sembra che l'ingratitudine sia sempre peccato mortale. Infatti si deve essere grati a Dio sopra ogni cosa. Ma non si è ingrati verso Dio commettendo un peccato veniale: altrimenti ogni uomo sarebbe colpevole di ingratitudine. Dunque nessuna ingratitudine è peccato veniale.
Obiezione 2: Inoltre, un peccato è mortale per il fatto di essere contrario alla carità, come detto sopra (Questione [24], Articolo [12]). Ma l'ingratitudine è contraria alla carità, poiché il debito di gratitudine procede da quella virtù, come detto sopra (Questione [106], Articolo [1], ad 3; Articolo [6], ad 2). Dunque l'ingratitudine è sempre peccato mortale.
Obiezione 3: Inoltre, Seneca dice (De Benef. ii): "Tra chi dà e chi riceve un beneficio vige questa legge, che il primo deve subito dimenticare di aver dato, e il secondo non deve mai dimenticare di aver ricevuto". Ora, apparentemente, la ragione per cui chi dà dovrebbe dimenticare è che possa ignorare il peccato del ricevente, qualora quest'ultimo si dimostrasse ingrato; e non vi sarebbe necessità di ciò se l'ingratitudine fosse un peccato lieve. Dunque l'ingratitudine è sempre peccato mortale.
Obiezione 4: In contrario, Nessuno dovrebbe essere messo nella condizione di commettere un peccato mortale. Eppure, secondo Seneca (De Benef. ii), "talvolta è necessario ingannare la persona che riceve assistenza, affinché riceva senza sapere da chi ha ricevuto". Ma questo sembrerebbe mettere il ricevente sulla via dell'ingratitudine. Dunque l'ingratitudine non è sempre peccato mortale.
Rispondo che, Come appare da quanto abbiamo detto sopra (Articolo [2]), un uomo può essere ingrato in due modi: primo, per mera omissione, per esempio mancando di riconoscere il beneficio ricevuto, o di esprimere il suo apprezzamento per esso o di pagare qualcosa in cambio, e questo non è sempre peccato mortale, perché, come detto sopra (Questione [106], Articolo [6]), il debito di gratitudine richiede che un uomo faccia una restituzione liberale, cosa che tuttavia non è tenuto a fare; perciò se manca di farlo, non pecca mortalmente. È nondimeno un peccato veniale, perché nasce o da qualche tipo di negligenza o da qualche disinclinazione alla virtù in lui. E tuttavia l'ingratitudine di questo genere può accadere che sia peccato mortale, a motivo o del disprezzo interiore, o del tipo di cosa trattenuta, essendo questa necessaria al benefattore, o semplicemente, o in qualche caso di necessità.
In secondo luogo, un uomo può essere ingrato perché non solo omette di pagare il debito di gratitudine, ma fa il contrario. Anche questo è talvolta peccato mortale e talvolta veniale, secondo il tipo di cosa che viene fatta.
Si deve osservare, tuttavia, che quando l'ingratitudine nasce da un peccato mortale, ha il carattere perfetto di ingratitudine, e quando nasce da peccato veniale, ha il carattere imperfetto.
Risposta all'obiezione 1: Commettendo un peccato veniale non si è ingrati verso Dio al punto da incorrere nella colpa di ingratitudine perfetta: ma c'è qualcosa di ingratitudine in un peccato veniale, in quanto rimuove un atto virtuoso di obbedienza a Dio.
Risposta all'obiezione 2: Quando l'ingratitudine è peccato veniale non è contraria, ma al di fuori della carità: poiché non distrugge l'abito della carità, ma esclude qualche suo atto.
Risposta all'obiezione 3: Seneca dice anche (De Benef. vii): "Quando diciamo che un uomo dopo aver conferito un beneficio dovrebbe dimenticarsene, è un errore supporre che intendiamo che egli scuota via il ricordo di una cosa così lodevole. Quando diciamo: Non deve ricordarlo, intendiamo che non deve pubblicarlo e vantarsene".
Risposta all'obiezione 4: Colui che è ignaro di un beneficio conferitogli non è ingrato se manca di restituirlo, purché sia disposto a farlo se lo sapesse. È nondimeno lodevole a volte che l'oggetto di un beneficio rimanga nell'ignoranza di esso, sia per evitare la vanagloria, come quando San Nicola gettò oro in una casa segretamente, volendo evitare la popolarità: sia perché la gentilezza è tanto più grande in quanto il benefattore desidera non svergognare la persona alla quale sta conferendo il beneficio.