II-II, q. 107 a. 1
Se l'ingratitudine sia sempre peccato
Quaestio 107 · Dell'ingratitudine
Obiezione 1: Sembra che l'ingratitudine non sia sempre peccato. Seneca infatti dice (De Benef. iii) che "è ingrato colui che non restituisce un beneficio". Ma talvolta è impossibile restituire un beneficio senza peccare, come ad esempio se un uomo ne ha aiutato un altro a commettere un peccato. Dunque, poiché non è peccato astenersi dal peccare, sembra che l'ingratitudine non sia sempre peccato.
Obiezione 2: Inoltre, ogni peccato è in potere di chi lo commette: poiché, secondo Agostino (De Lib. Arb. iii; Retract. i), "nessuno pecca in ciò che non può evitare". Ora, talvolta non è in potere del peccatore evitare l'ingratitudine, per esempio quando non ha i mezzi per restituire. Inoltre la dimenticanza non è in nostro potere, eppure Seneca dichiara (De Benef. iii) che "dimenticare un beneficio è il colmo dell'ingratitudine". Dunque l'ingratitudine non è sempre peccato.
Obiezione 3: Inoltre, sembra che non vi sia restituzione nel non voler dovere nulla, secondo l'Apostolo (Rm 13,8): "Non abbiate alcun debito con nessuno". Eppure "un debitore riluttante è ingrato", come dichiara Seneca (De Benef. iv). Dunque l'ingratitudine non è sempre peccato.
In contrario, L'ingratitudine è annoverata tra gli altri peccati (2 Tm 3,2), dove è scritto: "Disobbedienti ai genitori, ingrati, scellerati", ecc.
Rispondo che, Come detto sopra (Questione [106], Articolo [4], ad 1, Articolo [6]), il debito di gratitudine è un debito morale richiesto dalla virtù. Ora, una cosa è peccato per il fatto di essere contraria alla virtù. Perciò è evidente che ogni ingratitudine è peccato.
Risposta all'obiezione 1: La gratitudine riguarda un beneficio ricevuto: e colui che aiuta un altro a commettere un peccato non gli fa un beneficio ma un torto: e quindi non gli è dovuto alcun ringraziamento, se non forse a motivo della sua buona volontà, supponendo che sia stato ingannato e abbia pensato di aiutarlo a fare il bene, mentre lo aiutava a peccare. In tal caso la restituzione a lui dovuta non è che debba essere aiutato a commettere un peccato, perché questo sarebbe restituire non bene ma male, e ciò è contrario alla gratitudine.
Risposta all'obiezione 2: Nessuno è scusato dall'ingratitudine per l'incapacità di restituire, per la ragione stessa che la sola volontà è sufficiente per la restituzione del debito di gratitudine, come detto sopra (Questione [106], Articolo [6], ad 1).
La dimenticanza di un beneficio ricevuto equivale all'ingratitudine, non certo la dimenticanza che nasce da un difetto naturale, che non è soggetto alla volontà, ma quella che nasce dalla negligenza. Infatti, come osserva Seneca (De Benef. iii), "quando la dimenticanza dei benefici si impadronisce di un uomo, egli ha apparentemente pensato poco alla loro restituzione".
Risposta all'obiezione 3: Il debito di gratitudine scaturisce dal debito di amore, e da quest'ultimo nessun uomo dovrebbe voler essere libero. Quindi, che qualcuno debba questo debito malvolentieri sembra nascere da una mancanza di amore per il suo benefattore.