I, q. 117 a. 1
Se un uomo possa insegnare a un altro?
Quaestio 117 · Delle cose che riguardano l'azione dell'uomo
Obiezione 1: Sembra che un uomo non possa insegnare a un altro. Poiché il Signore dice (Mt 23,8): "Non fatevi chiamare Rabbi": su cui la glossa di Girolamo dice: "Per non dare agli uomini l'onore dovuto a Dio". Dunque essere maestro è propriamente un onore dovuto a Dio. Ma appartiene al maestro insegnare. Dunque l'uomo non può insegnare, e questo è proprio di Dio.
Obiezione 2: Inoltre, se un uomo insegna a un altro, ciò avviene solo in quanto agisce tramite la propria scienza, così da causare la scienza nell'altro. Ma una qualità attraverso la quale qualcuno agisce per produrre il suo simile, è una qualità attiva. Ne consegue dunque che la scienza è una qualità attiva proprio come il calore.
Obiezione 3: Inoltre, per la scienza richiediamo il lume intellettuale e le specie della cosa intesa. Ma un uomo non può causare nessuna di queste due cose in un altro uomo. Dunque un uomo non può, insegnando, causare la scienza in un altro uomo.
Obiezione 4: Inoltre, l'insegnante non fa nulla nei riguardi di un discepolo se non proporgli certi segni, così da significare qualcosa con parole o gesti. Ma non è possibile insegnare a qualcuno in modo da causare in lui la scienza, ponendogli davanti dei segni. Infatti questi sono segni o di cose che egli conosce, o di cose che non conosce. Se sono segni di cose che conosce, colui al quale questi segni sono proposti è già in possesso della scienza, e non la acquisisce dal maestro. Se sono segni di cose che non conosce, non può imparare nulla da essi: per esempio, se uno parlasse greco a un uomo che conosce solo il latino, questi non imparerebbe nulla. Dunque in nessun modo un uomo può causare la scienza in un altro insegnandogli.
In contrario, L'Apostolo dice (1 Tm 2,7): "Per questo sono stato costituito io predicatore e apostolo... dottore delle genti nella fede e nella verità".
Rispondo che, Su questa questione vi sono state varie opinioni. Averroè, infatti, commentando il De Anima iii, sostiene che tutti gli uomini hanno un unico intelletto possibile in comune, come affermato sopra (Questione [76], Articolo [2]). Da ciò segue che le stesse specie intelligibili appartengono a tutti gli uomini. Di conseguenza egli sosteneva che un uomo non causa in un altro una scienza distinta da quella che ha egli stesso; ma che comunica l'identica scienza che ha egli stesso, muovendolo a ordinare rettamente i fantasmi nella sua anima, affinché siano rettamente disposti per l'apprensione intelligibile. Questa opinione è vera per quanto riguarda il fatto che la scienza è la stessa nel discepolo e nel maestro, se consideriamo l'identità della cosa conosciuta: poiché la stessa verità oggettiva è conosciuta da entrambi. Ma per quanto riguarda il fatto che egli sostiene che tutti gli uomini non abbiano che un solo intelletto possibile, e le stesse specie intelligibili, differendo solo quanto ai vari fantasmi, la sua opinione è falsa, come affermato sopra (Questione [76], Articolo [2]).
Oltre a questa, vi è l'opinione dei Platonici, i quali sostenevano che le nostre anime possiedono la scienza fin dal principio, attraverso la partecipazione delle forme separate, come affermato sopra (Questione [84], Articoli [3],4); ma che l'anima è impedita, a causa della sua unione con il corpo, dalla libera considerazione di quelle cose che conosce. Secondo questo, il discepolo non acquisisce nuova scienza dal suo maestro, ma è risvegliato da lui a considerare ciò che conosce; cosicché imparare non sarebbe altro che ricordare. Allo stesso modo essi sostenevano che gli agenti naturali dispongono solo (la materia) a ricevere le forme, che la materia acquisisce per una partecipazione delle sostanze separate. Ma contro questo abbiamo provato sopra (Questione [79], Articolo [2]; Questione [84], Articolo [3]) che l'intelletto possibile dell'anima umana è in pura potenza rispetto agli intelligibili (specie), come dice Aristotele (De Anima iii, 4).
Dobbiamo dunque decidere la questione diversamente, dicendo che l'insegnante causa la scienza nel discente, riducendolo dalla potenza all'atto, come dice il Filosofo (Phys. viii, 4). Per chiarire questo, dobbiamo osservare che degli effetti che procedono da un principio esteriore, alcuni procedono dal solo principio esteriore; come la forma di una casa è causata nella materia dalla sola arte: mentre altri effetti procedono talvolta da un principio esteriore, talvolta da un principio interiore: così la salute è causata in un malato, talvolta da un principio esteriore, cioè dall'arte medica, talvolta da un principio interiore, come quando un uomo è guarito dalla forza della natura. In questi ultimi effetti si devono notare due cose. Primo, che l'arte nella sua opera imita la natura: infatti proprio come la natura guarisce un uomo per alterazione, digestione, espulsione della materia che causava la malattia, così fa l'arte. Secondo, dobbiamo notare che il principio esteriore, l'arte, agisce non come agente principale, ma come aiuto all'agente principale, che è il principio interiore, rafforzandolo e fornendogli strumenti e assistenza, di cui il principio interiore si serve per produrre l'effetto. Così il medico rafforza la natura, e impiega cibo e medicine, di cui la natura si serve per il fine inteso.
Ora la scienza si acquisisce nell'uomo, sia da un principio interiore, come è chiaro in colui che si procura la scienza con la propria ricerca; sia da un principio esteriore, come è chiaro in colui che impara (per istruzione). Infatti in ogni uomo vi è un certo principio di scienza, cioè il lume dell'intelletto agente, attraverso il quale certi principi universali di tutte le scienze sono naturalmente compresi non appena proposti all'intelletto. Ora, quando qualcuno applica questi principi universali a certe cose particolari, la cui memoria o esperienza acquisisce attraverso i sensi; allora, avanzando con la propria ricerca dal noto all'ignoto, ottiene la scienza di ciò che non sapeva prima. Pertanto chiunque insegna, conduce il discepolo dalle cose note a quest'ultimo, alla conoscenza di cose a lui precedentemente ignote; secondo quanto dice il Filosofo (Poster. i, 1): "Ogni insegnamento e ogni apprendimento procedono da una conoscenza precedente".
Ora il maestro conduce il discepolo dalle cose note alla conoscenza dell'ignoto, in duplice modo. In primo luogo, proponendogli certi aiuti o mezzi di istruzione, che il suo intelletto può usare per l'acquisizione della scienza: per esempio, può porgli davanti certe proposizioni meno universali, delle quali tuttavia il discepolo è in grado di giudicare in base alla conoscenza precedente: o può proporgli alcuni esempi sensibili, o per via di somiglianza o di opposizione, o qualcosa del genere, dai quali l'intelletto del discente è condotto alla conoscenza della verità precedentemente ignota. In secondo luogo, rafforzando l'intelletto del discente; non, invero, con qualche potere attivo come di una natura superiore, come spiegato sopra (Questione [106], Articolo [1]; Questione [111], Articolo [1]) riguardo all'illuminazione angelica, perché tutti gli intelletti umani sono di un solo grado nell'ordine naturale; ma in quanto propone al discepolo l'ordine dei principi rispetto alle conclusioni, poiché egli non ha sufficiente potere collativo per essere in grado di trarre le conclusioni dai principi. Quindi il Filosofo dice (Poster. i, 2) che "una dimostrazione è un sillogismo che causa la scienza". In questo modo un dimostratore fa sapere al suo ascoltatore.
Risposta all'obiezione 1: Come detto sopra, l'insegnante porta solo un aiuto esteriore come il medico che guarisce: ma proprio come la natura interiore è la causa principale della guarigione, così il lume interiore dell'intelletto è la causa principale della scienza. Ma entrambi questi sono da Dio. Dunque come di Dio è scritto: "Egli guarisce tutte le tue malattie" (Sal 102,3); così di Lui è scritto: "Colui che insegna all'uomo la scienza" (Sal 93,10), in quanto "il lume del Suo volto è impresso su di noi" (Sal 4,7), attraverso il quale lume tutte le cose ci sono mostrate.
Risposta all'obiezione 2: Come argomenta Averroè, l'insegnante non causa la scienza nel discepolo alla maniera di una causa attiva naturale. Pertanto la scienza non deve essere necessariamente una qualità attiva: ma è il principio dal quale uno è diretto nell'insegnare, proprio come l'arte è il principio dal quale uno è diretto nell'operare.
Risposta all'obiezione 3: Il maestro non causa il lume intellettuale nel discepolo, né causa direttamente le specie intelligibili: ma muove il discepolo insegnando, cosicché quest'ultimo, per il potere del suo intelletto, forma concetti intelligibili, i cui segni gli sono proposti dall'esterno.
Risposta all'obiezione 4: I segni proposti dal maestro al discepolo sono di cose note in modo generale e confuso; ma non note nel dettaglio e distintamente. Dunque quando qualcuno acquisisce la scienza da solo, non può essere chiamato autodidatta, o si può dire che abbia il proprio maestro, perché in lui non precedeva una scienza perfetta, quale è richiesta in un maestro.