I-II, q. 52 a. 1
Se gli abiti aumentino
Quaestio 52 · Dell'aumento degli abiti
Obiezione 1: Sembra che gli abiti non possano aumentare. Infatti l'aumento riguarda la quantità (Phys. v, text. 18). Ma gli abiti non sono nel genere della quantità, bensì in quello della qualità. Perciò non vi può essere aumento degli abiti.
Obiezione 2: Inoltre, l'abito è una perfezione (Phys. vii, text. 17,18). Ma poiché la perfezione implica la nozione di fine e di termine, sembra che non possa essere suscettibile di più e di meno. Perciò un abito non può aumentare.
Obiezione 3: Inoltre, le cose che possono essere più o meno sono soggette ad alterazione: infatti ciò che da meno caldo diventa più caldo, si dice che viene alterato. Ma negli abiti non c'è alterazione, come si dimostra in Phys. vii, text. 15,17. Perciò gli abiti non possono aumentare.
In contrario, La fede è un abito, eppure aumenta; perciò i discepoli dissero al Signore (Lc 17,5): "Signore, accresci la nostra fede". Dunque gli abiti aumentano.
Rispondo che, L'aumento, come le altre cose che appartengono alla quantità, è trasferito dalle quantità corporee alle cose spirituali intelligibili, a motivo della connessione naturale dell'intelletto con le cose corporee, che cadono sotto l'immaginazione. Ora, nelle quantità corporee, una cosa si dice grande in quanto raggiunge la perfezione della quantità ad essa dovuta; perciò una certa quantità è reputata grande in un uomo, che non è reputata grande in un elefante. E così anche nelle forme, diciamo che una cosa è grande perché è perfetta. E poiché il bene ha natura di perfezione, perciò "nelle cose che sono grandi, ma non per quantità, essere più grande è lo stesso che essere migliore", come dice Agostino (De Trin. vi, 8).
Ora, la perfezione di una forma può essere considerata in due modi: primo, rispetto alla forma stessa; secondo, rispetto alla partecipazione della forma da parte del soggetto. In quanto consideriamo le perfezioni di una forma rispetto alla forma stessa, così la forma si dice "piccola" o "grande": per esempio grande o piccola salute o scienza. Ma in quanto consideriamo la perfezione di una forma rispetto alla partecipazione di essa da parte del soggetto, si dice che è "più" o "meno": per esempio più o meno bianco o sano. Ora, questa distinzione non deve essere intesa nel senso che la forma abbia un essere fuori dalla sua materia o soggetto, ma che una cosa è considerare la forma secondo la sua natura specifica, e un'altra è considerarla rispetto alla sua partecipazione da parte di un soggetto.
In questo modo, dunque, vi furono quattro opinioni tra i filosofi riguardo all'intensità e alla remissione degli abiti e delle forme, come riferisce Simplicio nel suo Commento ai Predicamenti. Infatti Plotino e gli altri Platonici sostenevano che le qualità e gli abiti stessi fossero suscettibili di più e di meno, per la ragione che erano materiali e quindi avevano una certa mancanza di determinatezza, a causa dell'infinità della materia. Altri, al contrario, sostenevano che le qualità e gli abiti di per sé non fossero suscettibili di più e di meno; ma che le cose da essi affette [qualia] si dicono essere più o meno, rispetto alla partecipazione del soggetto: che, per esempio, la giustizia non è più o meno, ma la cosa giusta. Aristotele allude a questa opinione nei Predicamenti (Categor. vi). La terza opinione fu quella degli Stoici, e si colloca tra le due precedenti. Essi infatti sostenevano che alcuni abiti sono di per sé suscettibili di più e di meno, per esempio le arti; e che alcuni non lo sono, come le virtù. La quarta opinione fu sostenuta da alcuni che dissero che le qualità e le forme immateriali non sono suscettibili di più e di meno, ma che le forme materiali lo sono.
Affinché la verità in questa materia sia chiarita, dobbiamo osservare che ciò rispetto a cui una cosa riceve la sua specie, deve essere qualcosa di fisso e stazionario, e come indivisibile: infatti qualunque cosa raggiunga quella cosa, è contenuta sotto la specie, e qualunque cosa se ne discosti più o meno, appartiene a un'altra specie, più o meno perfetta. Perciò il Filosofo dice (Metaph. viii, text. 10) che le specie delle cose sono come i numeri, nei quali l'addizione o la sottrazione cambia la specie. Se, dunque, una forma, o qualsiasi cosa, riceve la sua natura specifica rispetto a se stessa, o rispetto a qualcosa che le appartiene, è necessario che, considerata in se stessa, sia qualcosa di natura definita, che non può essere né più né meno. Tali sono il calore, la bianchezza o altre qualità simili che non sono denominate da una relazione a qualcos'altro: e molto più la sostanza, che è ente "per se". Ma quelle cose che ricevono la loro specie da qualcosa a cui sono relazionate, possono essere diversificate, rispetto a se stesse, secondo il più o il meno: e tuttavia rimangono nella stessa specie, a motivo dell'unità di ciò a cui sono relazionate, e da cui ricevono la loro specie. Per esempio, il movimento è in se stesso più intenso o più remesso: e tuttavia rimane nella stessa specie, a motivo dell'unità del termine da cui è specificato. Possiamo osservare la stessa cosa nella salute; infatti un corpo raggiunge la natura della salute, secondo che ha una disposizione adatta alla natura dell'animale, alla quale varie disposizioni possono essere adatte; la quale disposizione è quindi variabile quanto al più e al meno, e tuttavia la natura della salute rimane. Onde il Filosofo dice (Ethic. x, 2,3): "La salute stessa può essere più o meno: infatti la misura non è la stessa in tutti, né è sempre la stessa in un individuo; ma fino a un certo punto può diminuire e rimanere ancora salute".
Ora queste varie disposizioni e misure di salute sono per via di eccesso e difetto: perciò se il nome di salute fosse dato alla misura più perfetta, allora non parleremmo di salute come maggiore o minore. Così dunque è chiaro come una qualità o forma possa aumentare o diminuire di per sé, e come non possa.
Ma se consideriamo una qualità o forma rispetto alla sua partecipazione da parte del soggetto, così di nuovo troviamo che alcune qualità e forme sono suscettibili di più o di meno, e alcune no. Ora Simplicio assegna la causa di questa diversità al fatto che la sostanza in se stessa non può essere suscettibile di più o di meno, perché è ente "per se". E perciò ogni forma che è partecipata sostanzialmente dal suo soggetto, non può variare in intensità e remissione: perciò nel genere della sostanza nulla si dice essere più o meno. E poiché la quantità è vicina alla sostanza, e poiché la figura segue la quantità, perciò è che neanche in queste può esserci una cosa come il più o il meno. Onde il Filosofo dice (Phys. vii, text. 15) che quando una cosa riceve forma e figura, non si dice che è alterata, ma che è fatta. Ma altre qualità che sono più rimosse dalla quantità, e sono connesse con passioni e azioni, sono suscettibili di più o di meno, rispetto alla loro partecipazione da parte del soggetto.
Ora è possibile spiegare ancora più a fondo la ragione di questa diversità. Infatti, come abbiamo detto, ciò da cui una cosa riceve la sua specie deve rimanere indivisibilmente fisso e costante in qualcosa di indivisibile. Perciò in due modi può accadere che una forma non possa essere partecipata più o meno. Primo, perché il partecipante ha la sua specie rispetto a quella forma. E per questa ragione nessuna forma sostanziale è partecipata più o meno. Perciò il Filosofo dice (Metaph. viii, text. 10) che, "come un numero non può essere più o meno, così neanche ciò che è nella specie della sostanza", cioè, rispetto alla sua partecipazione della forma specifica: "ma in quanto la sostanza può essere con la materia", cioè rispetto alle disposizioni materiali, "il più o il meno si trovano nella sostanza".
Secondo, questo può accadere dal fatto che la forma è essenzialmente indivisibile: perciò se qualcosa partecipa quella forma, deve necessariamente parteciparla rispetto alla sua indivisibilità. Per questa ragione non parliamo delle specie dei numeri come variabili rispetto al più o al meno; perché ogni specie di essi è costituita da un'unità indivisibile. Lo stesso si deve dire delle specie della quantità continua, che sono denominate dai numeri, come lungo due cubiti, lungo tre cubiti, e delle relazioni di quantità, come doppio e triplo, e delle figure di quantità, come triangolo e tetragono.
Questa stessa spiegazione è data da Aristotele nei Predicamenti (Categor. vi), dove nello spiegare perché le figure non sono suscettibili di più o di meno, dice: "Le cose a cui è data la natura di un triangolo o di un cerchio, sono di conseguenza triangoli e cerchi": vale a dire, perché l'indivisibilità è essenziale alla nozione di tali cose, perciò qualunque cosa partecipi la loro natura deve parteciparla nella sua indivisibilità.
È chiaro, dunque, poiché parliamo di abiti e disposizioni rispetto a una relazione a qualcosa (Phys. vii, text. 17), che in due modi l'intensità e la remissione possono essere osservate negli abiti e nelle disposizioni. Primo, rispetto all'abito stesso: così, per esempio, parliamo di maggiore o minore salute; maggiore o minore scienza, che si estende a più o meno cose. Secondo, rispetto alla partecipazione da parte del soggetto: in quanto uguale scienza o salute è partecipata più in uno che in un altro, secondo una diversa attitudine derivante o dalla natura, o dalla consuetudine. Infatti l'abito e la disposizione non danno la specie al soggetto: né d'altra parte implicano essenzialmente l'indivisibilità.
Diremo più avanti (Questione [66], Articolo [1]) come stiano le cose con le virtù.
Risposta all'obiezione 1: Come la parola "grande" è presa dalle quantità corporee e applicata alle perfezioni intelligibili delle forme; così anche la parola "crescita", il cui termine è qualcosa di grande.
Risposta all'obiezione 2: L'abito è invero una perfezione, ma non una perfezione che è il termine del suo soggetto; per esempio, un termine che dà al soggetto il suo essere specifico. Né d'altra parte la natura di un abito include la nozione di termine, come fanno le specie dei numeri. Perciò non c'è nulla che gli impedisca di essere suscettibile di più o di meno.
Risposta all'obiezione 3: L'alterazione è primariamente invero nelle qualità della terza specie; ma secondariamente può essere nelle qualità della prima specie: infatti, supponendo un'alterazione quanto al caldo e al freddo, segue in un animale un'alterazione quanto alla salute e alla malattia. Allo stesso modo, se avviene un'alterazione nelle passioni dell'appetito sensitivo, o nelle potenze sensitive di apprensione, segue un'alterazione quanto alla scienza e alla virtù (Phys. viii, text. 20).