II-II, q. 113 a. 1
Se l'ironia sia peccato
Quaestio 113 · Dell'ironia
Obiezione 1: Sembra che l'ironia, che consiste nello sminuire se stessi, non sia peccato. Infatti nessun peccato deriva dall'essere fortificati da Dio: eppure questo porta a sminuire se stessi, secondo Prov. 30, 1-2: "La visione che disse l'uomo, con il quale è Dio, e che essendo fortificato da Dio, dimorando con lui, disse: Io sono il più stolto degli uomini". Inoltre sta scritto (Amos 7, 14): "Amos rispose... Non sono un profeta". Dunque l'ironia, per cui un uomo si sminuisce a parole, non è peccato.
Obiezione 2: Inoltre, Gregorio dice in una lettera ad Agostino, vescovo degli Inglesi (Regist. xii): "È segno di un animo ben disposto riconoscere la propria colpa quando non si è colpevoli". Ma ogni peccato è incompatibile con un animo ben disposto. Dunque l'ironia non è peccato.
Obiezione 3: Inoltre, non è peccato fuggire la superbia. Ma "alcuni si sminuiscono a parole, per evitare la superbia", secondo il Filosofo (Ethic. iv, 7). Dunque l'ironia non è peccato.
In contrario, Agostino dice (De Verb. Apost., Serm. xxix): "Se menti per umiltà, se non eri peccatore prima di mentire, lo sei diventato mentendo".
Rispondo che, Parlare in modo da sminuire se stessi può avvenire in due modi. Primo, per salvaguardare la verità, come quando un uomo nasconde le cose più grandi in se stesso, ma scopre e asserisce cose minori di se stesso, la cui presenza in sé egli percepisce. Sminuire se stessi in questo modo non appartiene all'ironia, né è peccato rispetto al suo genere, se non per corruzione di una delle sue circostanze. Secondo, una persona sminuisce se stessa abbandonando la verità, per esempio attribuendosi qualcosa di vile la cui esistenza in sé non percepisce, o negando qualcosa di grande di se stesso, che tuttavia percepisce di possedere: questo appartiene all'ironia, ed è sempre peccato.
Risposta all'obiezione 1: Vi è una duplice sapienza e una duplice stoltezza. Infatti vi è una sapienza secondo Dio, alla quale è annessa la stoltezza umana o mondana, secondo 1 Cor. 3, 18: "Se qualcuno tra voi crede di essere sapiente in questo secolo, si faccia stolto per diventare sapiente". Ma vi è un'altra sapienza che è mondana, la quale, come prosegue lo stesso testo, "è follia presso Dio". Di conseguenza, colui che è fortificato da Dio riconosce di essere stoltissimo secondo la stima degli uomini, perché, cioè, disprezza le cose umane, che la sapienza umana cerca. Quindi il testo citato continua: "e la sapienza degli uomini non è con me", e più avanti: "e ho conosciuto la scienza dei santi" [Vulg.: 'e non ho conosciuto la scienza dei santi'].
Si può anche rispondere che "la sapienza degli uomini" è quella acquisita dalla ragione umana, mentre la "sapienza dei santi" è quella ricevuta per ispirazione divina.
Amos negò di essere profeta per nascita, poiché, cioè, non era della stirpe dei profeti: quindi il testo prosegue: "né sono figlio di profeta".
Risposta all'obiezione 2: Appartiene a un animo ben disposto che un uomo tenda alla perfetta giustizia, e di conseguenza si ritenga colpevole, non solo se manca della giustizia comune, il che è veramente peccato, ma anche se manca della perfetta giustizia, il che talvolta non è peccato. Ma non chiama peccaminoso ciò che non riconosce essere peccaminoso: il che sarebbe una menzogna di ironia.
Risposta all'obiezione 3: Un uomo non deve commettere un peccato per evitarne un altro: e così non deve mentire in alcun modo per evitare la superbia. Quindi Agostino dice (Tract. xliii in Joan.): "Non fuggire l'arroganza così da abbandonare la verità": e Gregorio dice (Moral. xxvi, 3) che "è un'umiltà imprudente quella che si invischia nelle menzogne".