I, q. 116 a. 1
Se esista il fato
Quaestio 116 · Del fato
Obiezione 1: Sembra che il fato non sia nulla. Infatti Gregorio dice in un'omelia per l'Epifania (Hom. x in Evang.): "Lungi dai cuori dei fedeli il pensiero che il fato sia qualcosa di reale".
Obiezione 2: Inoltre, ciò che accade per fato non è imprevisto, poiché come dice Agostino (De Civ. Dei v, 4), "si intende che il fato derivi dal verbo 'fari', che significa parlare"; come se si dicesse che accadono per fato le cose che sono "predette" da colui che decreta che accadano. Ora, ciò che è previsto non è né fortuito né casuale. Se dunque le cose accadono per fato, non vi sarà né fortuna né caso nel mondo.
In contrario, Ciò che non esiste non può essere definito. Ma Boezio (De Consol. iv) definisce così il fato: "Il fato è una disposizione inerente alle cose mobili, mediante la quale la Provvidenza connette ogni cosa al proprio ordine".
Rispondo che, In questo mondo alcune cose sembrano accadere per fortuna o per caso. Ora, accade talvolta che qualcosa sia fortuito o casuale se paragonato alle cause inferiori, il quale, se paragonato a una causa superiore, è direttamente inteso. Per esempio, se due servi vengono mandati dal loro padrone nello stesso luogo, l'incontro dei due servi, rispetto a loro stessi, è casuale; ma rispetto al padrone, che lo aveva ordinato, è direttamente inteso.
Vi furono dunque alcuni che rifiutarono di riferire a una causa superiore quegli eventi che accadono quaggiù per fortuna o per caso. Costoro negarono l'esistenza del fato e della Provvidenza, come Agostino riferisce di Cicerone (De Civ. Dei v, 9). E questo è contrario a quanto abbiamo detto sopra riguardo alla Provvidenza (Questione [22], Articolo [2]).
D'altra parte, alcuni hanno ritenuto che tutto ciò che accade quaggiù per fortuna o per caso, sia nelle cose naturali che negli affari umani, debba essere ridotto a una causa superiore, vale a dire i corpi celesti. Secondo costoro il fato non è altro che "una disposizione degli astri sotto la quale ognuno è generato o nasce" [*Cfr. S. Agostino De Civ. Dei v, 1,8,9]. Ma questo non regge. Primo, quanto agli affari umani: perché abbiamo dimostrato sopra (Questione [115], Articolo [4]) che le azioni umane non sono soggette all'azione dei corpi celesti, se non accidentalmente e indirettamente. Ora la causa del fato, poiché ha l'ordinamento delle cose che accadono per fato, deve necessariamente essere direttamente e di per sé la causa di ciò che avviene. Secondo, quanto a tutte le cose che accadono accidentalmente: poiché è stato detto (Questione [115], Articolo [6]) che ciò che è accidentale, propriamente parlando, non è né un ente, né un'unità. Ma ogni azione della natura termina in qualche cosa di uno. Onde è impossibile che ciò che è accidentale sia l'effetto proprio di un principio naturale attivo. Nessuna causa naturale può dunque avere come effetto proprio che un uomo, intendendo scavare una fossa, trovi un tesoro. Ora è manifesto che un corpo celeste agisce alla maniera di un principio naturale: onde i suoi effetti in questo mondo sono naturali. È dunque impossibile che un qualsiasi potere attivo di un corpo celeste sia la causa di ciò che accade per accidente quaggiù, sia per fortuna che per caso.
Dobbiamo dunque dire che ciò che accade qui per accidente, sia nelle cose naturali che negli affari umani, si riduce a una causa preordinante, che è la Divina Provvidenza. Poiché nulla impedisce che ciò che accade per accidente sia considerato come uno da un intelletto: altrimenti l'intelletto non potrebbe formare questa proposizione: "Chi scavava la fossa trovò un tesoro". E proprio come un intelletto può apprendere questo, così può effettuarlo; per esempio, qualcuno che conosce un luogo dove è nascosto un tesoro, potrebbe istigare un contadino, ignaro di ciò, a scavare lì una fossa. Di conseguenza, nulla impedisce che ciò che accade qui per accidente, per fortuna o per caso, sia ridotto a qualche causa ordinante che agisce mediante l'intelletto, specialmente l'intelletto Divino. Poiché Dio solo può muovere la volontà, come mostrato sopra (Questione [105], Articolo [4]). Di conseguenza l'ordinamento delle azioni umane, il cui principio è la volontà, deve essere ascritto a Dio solo.
Così dunque, in quanto tutto ciò che accade quaggiù è soggetto alla Divina Provvidenza, essendo preordinato e come dire "predetto", possiamo ammettere l'esistenza del fato: sebbene i santi dottori abbiano evitato l'uso di questa parola, a causa di coloro che ne stravolgevano l'applicazione a una certa forza nella posizione degli astri. Quindi Agostino dice (De Civ. Dei v, 1): "Se qualcuno attribuisce gli affari umani al fato, intendendo con ciò la volontà o il potere di Dio, mantenga pure la sua opinione, ma corregga il suo linguaggio". Per questa ragione Gregorio nega l'esistenza del fato: onde la soluzione alla prima obiezione è manifesta.
Risposta all'obiezione 2: Nulla impedisce che certe cose accadano per fortuna o per caso, se paragonate alle loro cause prossime: ma non se paragonate alla Divina Provvidenza, per la quale "nulla accade a caso nel mondo", come dice Agostino (Quaest. 83, qu. 24).